Il terzo rifugio al Lago Scaffaiolo (1911-1922)

Un mondo in rapida trasformazione

Il 1905 non è semplicemente un anno d’inizio secolo; è il baricentro di un’epoca in cui il vecchio mondo rurale e isolato della montagna si trova a fare i conti con la modernità della Belle Époque. Per comprendere come si presentasse l’Appennino bolognese e il Lago Scaffaiolo in questo preciso momento storico, è necessario fare un passo indietro e guardare al 1878, l’anno in cui nacque il primissimo e pionieristico rifugio d’Appennino.

Nel 1878 la montagna era una terra di pastori, carbonai e contrabbandieri. Chi saliva al Lago Scaffaiolo lo faceva per necessità o spinto da un ideale romantico e quasi eroico dell’alpinismo. Nel 1905, appena ventisette anni dopo, lo scenario è radicalmente cambiato. La montagna non fa più paura: inizia a essere desiderata, studiata e, soprattutto, visitata da una nuova classe sociale.

La rivoluzione dei trasporti e il nuovo turismo d’alta quota

La vera chiave di volta che trasforma l’Appennino nei primi anni del Novecento è l’accessibilità. Il treno rimane il mezzo indiscusso per gli spostamenti di massa: le ferrovie portano frotte di escursionisti della nascente borghesia cittadina da Bologna o da Pistoia fino alle stazioni di fondo valle. Tuttavia, l’inizio del secolo vede l’apparizione dei primi, avveniristici mezzi.

Le prime “auto-corriere” e il brivido dell’Abetone

Sulla storica tratta che collega Porretta Terme e la stazione di Pracchia a Pievepelago, iniziano a fare la loro comparsa le prime, traballanti auto-corriere. Si tratta di mezzi pesanti, rumorosi, che sollevano nuvole di polvere lungo strade non ancora asfaltate. Affrontare i tornanti del Passo dell’Abetone a bordo di questi veicoli pionieristici è un’impresa “assolutamente sconsigliata ai deboli di stomaco”. I sobbalzi, le frenate brusche e l’odore di olio bruciato rendono il viaggio un’avventura nell’avventura, ma dimezzano i tempi rispetto alle vecchie carrozze a cavalli.

La Grande Strada dell’Alto Crinale

La vera rivoluzione per il versante bolognese è l’apertura, proprio nei primissimi anni del Novecento, della grande arteria stradale dell’Alto Crinale, la via che mette in comunicazione la Porrettana con la Via Giardini, toccando le località di Porretta, Lizzano, Fanano, Sestola e Pievepelago.

Questa infrastruttura cambia la geografia del turismo appenninico:

  • Vidiciatico e Lizzano: Grazie alla nuova strada, queste frazioni si trasformano rapidamente. Da borghi di boscaioli e pastori diventano mete turistiche ricercate, eleganti e alla moda. Sorsero i primi alberghi e le prime ville signorili dove le famiglie benestanti di Bologna passano la “villeggiatura” estiva, respirando l’aria salubre raccomandata dai medici dell’epoca.
  • L’avvicinamento al Lago: Partire per un’escursione verso il Lago Scaffaiolo da Vidiciatico diventa improvvisamente più facile e accessibile, non più un’esplorazione di più giorni, ma una meta raggiungibile con una camminata ben pianificata.

I Bolognesi, ma non solo, iniziano così a scoprire la montagna, che diventa luogo non solo per pochi “esaltati” che andavano in cima ad un monte, ma diventa un luogo di turismo, diremmo oggi, “di massa”.

E’ in questo nuovo clima di fermento, che gli alpinisti bolognesi tornano ad interessarsi al Lago Scaffaiolo, e soprattutto al rifugio, decidendo non di costruire un nuovo rifugio ma di ricostruire in maniera radicale quello già esistente.


La decisione fu presa dall’ Assemblea dei Soci del 02 febbraio 1911, stanziando una congrua cifra in bilancio e sottoscrivendo un contributo individuale di 10 lire per socio.
Incaricato dei lavori fu il socio CAI Ettore Bortolotti, stimato professore all’Università di Modena, che nei mesi estivi soggiornava a Lizzano Pistoiese, il paese più vicino al Lago, e che quindi avrebbe potuto sorvegliare meglio i lavori. Nell’assemblea si decise, inoltre, di completare e restaurare il fabbricato esistente, di sorvegliarlo per impedire la distruzione da parte degli elementi naturali e degli uomini.


Le opere furono molte, a partire dai muri: il Rifugio aveva muri costruiti a secco ma ripieni di materiale friabile e poroso che a diretto contatto con il terreno faceva filtrare umidità che si spandeva per tutto l’edificio; addirittura, la mal regolata pendenza del suolo faceva sì che le acque piovane erano scolate entro la porta del rifugio. Si dovette quindi isolare il rifugio regolando il displuvio delle acque. Lungo il fianco si costruì un robusto muro a secco, stuccato a calce; davanti alla facciata si mise un piastronato per far sì che lo spiazzo resti asciutto e pulito.

Tutti i muri che presentavano lesioni furono demoliti e rifatti: si stuccò ogni fessura delle pareti.
Il dormitorio posto al piano superiore presentava un pavimento ancora in discrete condizioni ma fu comunque accuratamente ristrutturato chiudendo le fessure con cemento; mentre il pavimento del piano inferiore fu completamente rifatto. Il pavimento della cucina fu reso impermeabile grazie ad un vespaio profondo 25 cm a cui si sovrapposto uno strato di 5 cm di cemento misto a ghiaia e sopra un’ulteriore rifinitura sempre in cemento. Questo faceva sì che il rifugio fosse sano ed asciutto in qualsiasi stagione.


Ristrutturato l’ interno, bisognava pensare anche all’ esterno. Nel precedente rifugio, entrambi gli ingressi erano rivolti a nord e questo faceva sì che le nevicate ostruissero le entrate, poiché la neve era portata contro la porta formando una vera e propria “trincea” ancora alta anche a maggio. Così di fatto, in inverno il rifugio diventava inservibile anche a chi ne avrebbe avuto bisogno; ma nelle altre stagioni era preda di vandali, questo perchè sia la porta che le imposte erano apribili dall’esterno.

L’evoluzione del confort: arredamento ed accoglienza

Nonostante l’aspetto da fortezza, il rifugio del 1905 rappresenta un enorme passo avanti sul piano del comfort rispetto alle spartane condizioni del 1902. Per la prima volta si può parlare di un vero e proprio “arredamento montano”.

La Cucina e le stoviglie

La cucina non è più solo un focolare fumoso, ma una stanza attrezzata con cura. Vi si trovano:

  • Una stufa in ghisa per riscaldare l’ambiente in modo più efficiente rispetto al camino aperto.
  • Un tavolo robusto accompagnato da due panche e ben sei sgabelli in legno.
  • Un equipaggiamento culinario completo: un paiolo in rame, una padella, stoviglie, piatti e posate, oltre a un’intera e moderna batteria da cucina in ferro smaltato, materiale igienico e d’avanguardia per l’epoca.

Il Dormitorio e “la cameretta per la Signora”

Al piano superiore, il dormitorio offre ospitalità fissa per sei persone. Non ci sono più i pagliericci gettati per terra, ma un grande tavolaccio rialzato in legno su cui poggiano quattro ampi pagliericci e dodici pesanti panni di lana per proteggersi dalle gelate notturne.

La vera novità del 1905, che testimonia il cambiamento dei costumi sociali della Belle Époque, è la presenza di una piccola cameretta ricavata presso la cantina. Qui vi è la possibilità di allestire una branda pieghevole. Questa stanza separata è pensata per un fine preciso: permettere il pernottamento a una “Signora”. Siamo pur sempre agli inizi del Novecento, e il senso del decoro e della riservatezza dell’epoca impone che una donna della buona società non dorma nello stesso camerone promiscuo insieme agli uomini e alle guide.

Il rifugio precedente, inoltre, non era custodito: nessuno si era preso cura di sorvegliare l’edificio, non il CAI di Firenze, non il Comune di Cutigliano. Non può stupire quindi, se ancora prima di essere terminato, il secondo rifugio era già stato devastato e bruciato ed asportate le imposte e le poche suppellettili presenti all’ interno.

Per evitare un simile scempio, nel terzo rifugio fu eliminata un’entrata, chiusa con un muro a calce. Dall’unica entrata rimasta si accedeva ad una stanza ad uso del pubblico e si accedeva alla cucina tramite una porta anche essa foderata in lamiera, munita di serratura e due catenacci oltre che da una grossa spranga di ferro che da un capo si fissava ad un occhiello fisso al pavimento: la grande novità era che la spranga si poteva togliere solo dall’ interno.
La cucina comunicava con il piano superiore tramite una scala mobile ed una botola, chiusa dal di sopra con una robusta spranga di ferro: in questo modo, chiuse le due porte, ritirata la scala e chiusa la botola nessuno poteva entrare nel rifugio se non dalla finestra del piano superiore, anch’essa però dotata di robusta (almeno per l’ epoca) inferriata.

I lavori iniziarono il 4 agosto e furono collaudati il 3 settembre; il rifugio fu inaugurato il 17 settembre 1911: non vi fu una vera cerimonia, intervennero solo un centinaio di soci della Sezione di Bologna, una comitiva di soci da Firenze, un rappresentante del Comune di Bologna e molti valligiani.

Inizia quindi la terza vita del Rifugio, e i primi anni tutto fila liscio, con il Rifugio perfettamente efficiente.

Il Rifugio al Lago Scaffaiolo nel 1905 è lo specchio fedele del suo tempo. Racconta lo sforzo dell’uomo del primo Novecento nel voler dominare gli elementi e la verticalità attraverso la tecnica: dalle auto-corriere che sfidano i tornanti dell’Abetone, fino alle spranghe di ferro interne che proteggono il sonno degli escursionisti.

Tra l’odore di ferro smaltato della cucina, il calore della nuova stufa e l’isolamento garantito dal nuovo muro a calce, questo avamposto di pietra sul crinale tosco-emiliano si confermava non più come un semplice ricovero d’emergenza, ma come un moderno e orgoglioso avamposto di civiltà nel cuore selvaggio dell’Appennino.

Ma poi succede qualcosa che sconvolge le rive del lago: gli alpinisti bolognesi, i montanari, partono per luoghi lontani e molti non torneranno: è la Prima Guerra Mondiale.
Il Rifugio è quindi dinuovo   abbandonato: le suppellettili, i materassi, sono cose appetibili; il resto lo fa il gelo e la tormenta dell’ inverno: nel 1922 il terzo Rifugio è solo un mucchio di rovine pericolanti. Ma nel 1925….

 

-Fine terza parte-

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

#PiediStanchieCuoreFelice

Ottobre  2022

 

Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo indicato se non di proprietà dell’ Autore.

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