Storia

L’eccidio dimenticato: Ronchidoso, 1944

Quando si raccontano avvenimenti, fatti realmente accaduti c’è sempre da raccontare un PRIMA e un DOPO. E generalmente il DOPO non è mai uguale al PRIMA. Succede anche con questi avvenimenti, scanditi da tanti PRIMA e un unico DOPO, che ha lasciato una ferita ancora oggi aperta, che (anche se fa male) va ricordata, ma soprattutto raccontata, perché cose così non devono più succedere.

Il nostro racconto parte dall’inizio del Novecento e Gaggio Montano è un paesino sull’ Appennino come tanti, dove la terra dà appena il necessario per vivere e dove l’ emigrazione sta lentamente spopolando il paese: tanti emigrano, o forse scappano per poi tornare, o magari troveranno lavoro e anche una moglie, e allora al paese non torneranno più. Si stima che solo un terzo di chi partiva faceva poi ritorno, una sorta di emigrazione temporanea. In questo contesto di spopolamento fa capolino la figura di Don Meotti, parroco del paese, una figura carismatica che tanto farà per la comunità: sarà suo il compito di conservare il legame degli emigranti con il territorio e le tradizioni locali attraverso, ad esempio, la fondazione di unioni parrocchiali. Un paese a vocazione agricola, anche se la terra dà solo il necessario per vivere. Una vita di miseria, ma dignitosa.

Poi, succede qualcosa che cambierà la storia non solo dei paesi d’ Appennino ma dell’ Italia.

E’ il 28 ottobre 1922: le camicie nere marciano su Roma e il Re consegna l’ Italia a Mussolini. E allora anche noi indossiamo la divisa da Balilla o da Giovani Italiane e proviamo a vedere come si viveva nel ventennio fascista.

                                                                               Marcia su Roma– dipinto di Giacomo Balla (1931-1933)  

A Gaggio c’è una casa, nel borgo vecchio, che riporta una vecchia scritta “Cuoio-Scarpe-vino” e la sosta davanti a questa insegna vintage ci dà il modo di fare un’ ideale salto indietro nel tempo. Tutto l’Appennino lavora la terra, i più fortunati hanno gli animali e, a quote più basse, anche un po’ di vigna. Soldi ne girano pochi, un bracciante agricolo porta a casa 300 lire al mese. Il sogno di tutti, quello che meglio rappresenterà l’epoca, è il biglietto da mille lire. Più che un biglietto, un lenzuolo: anni addietro trovai nel solaio dei nonni alcune monete e il famoso biglietto da mille lire e per curiosità l’ho misurato. E’ lungo 23 cm ed alto 13 cm, enorme se confrontato con la cartamoneta degli euro.

Negli anni del fascismo, qui in Appennino si apre una straordinaria possibilità di avere uno stipendio fisso: lavorare alla costruzione della Ferrovia Direttissima che unirà Bologna con Prato. I primi lavori risalgono addirittura al 1882, quando vengono affidati all’ Ing. Protche (che nel 1864 aveva fatto inaugurare la Ferrovia Porrettana, che iniziava così ad unire l’ Appennino alla città). Passano anni tra lavori iniziati ma mai finiti, progetti fatti e poi rifatti, assemblee per decidere il da farsi. Il progetto definitivo viene approvato nel 1908 e i lavori, però, iniziano e proseguirono molto stancamente. Con l’avvento del regime, nel 1924 il Duce dichiara che la Direttissima diventa opera del regime, anzi L’ OPERA per antonomasia, sarà l’opera che farà conoscere la potenza e la perizia tecnica degli italiani. Nel 1934, il 22 aprile, il primo treno partito da Prato percorrerà l’intero tracciato che verrà poi inaugurato con feste e brindisi da Sua Eccellenza il Re.

Si lavora sei giorni su sette, almeno fino al 20 giugno 1935 (XIII anno dell’ era fascista), quando per la prima volta alle 13 le sirene delle fabbriche e le campane annunciano la fine della giornata lavorativa: si inaugura il sabato fascista. Il sabato fascista (lungi da essere una mezza giornata dedicata al riposo) era amministrato dalle organizzazioni di partito, primi fra tutti l’Opera Nazionale Balilla e Opera Dopolavoro e prevedeva attività culturali e sportive, destinate a  tutti, grandi, ragazzi (e ragazze) e bambini (i “figli della lupa”). Considerato indispensabile per la fascistizzazione della popolazione, il sabato fascista fu regolamentato nel 1935 da un Regio decreto. E l’anno seguente venne affiancato dal “sabato teatrale”, con cui il regime voleva avvicinare i lavoratori, in particolare operai e contadini, al mondo del teatro, offrendo spettacoli a prezzi agevolati.

Si organizzano tornei di qualsiasi sport, dalle gare ciclistiche alle corse nei sacchi, dal ping pong al tiro a segno. Grazie alla tessera (che serve anche per lavorare) si hanno sconti su viaggi (generalmente la gita fuori porta, non il viaggio come lo concepiamo noi), cinema, teatro, partite di calcio. Si organizzano anche gite, generalmente la domenica – o in occasione del Ferragosto- che costano poco, si conia il termine “escursione” e di norma il pranzo non era compreso, da qui nasce l’ abitudine del pranzo al sacco.

Poi arriva la seconda data che cambia la nostra storia. E’ un pomeriggio di giugno, sono circa le 18 e la gente si raduna nelle piazze, vicino alle radio, perché il Duce da lì a poco parlerà alla folla. La folla sventola il tricolore, grida un ritmato “duce-duce-duce”, è un crescendo festante. Mussolini si affaccia la balcone di Palazzo Venezia, a Roma, ed inizia il suo discorso rivolgendosi ai “Combattenti di terra, di mare, dell’ aria”.

E’ il 10 giugno 1940, l’Italia entra in guerra.

Quando Mussolini decide di entrare in guerra, è convinto che durerà poco, perché l’alleato tedesco sta avanzando velocemente e vittoriosamente. E’ convinto che “Gli basteranno alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace accanto ai vincitori”. Non sarà così. Ma sarebbe troppo penoso raccontare la guerra, e allora mi piace guardare una foto, forse l’unica foto “bella” (perdonami il termine) della guerra. E’ una foto un po’ sgranata, sono ragazzi che giocano con la neve, avranno sì e no 20 anni, e giocano a Montilocco.

                                                                                       Photo Credit Gente di Gaggio nro 9- anno 1990

Montilocco, quattro case strette le une alle altre, hanno visto questi ragazzi ridere: ragazzi che arrivavano da lontano- dal Brasile-, male armati, male addestrati, vestiti non certo per fronteggiare l’ inverno più freddo e lungo che la storia ricordi. Arrivano qui nel 1944, anche se il Brasile ha deciso di entrare in guerra due anni prima, non parlano italiano (ma forse anche i montanari di allora, nel 1944, parlavano solo dialetto), forse non capiscono neanche cosa sono venuti a fare qui, così lontano da casa. Quella casa che molti non rivedranno, uccisi all’ Abetaia, dove sorge un bellissimo monumento a ricordo di quei soldati uccisi. Scoprono la neve, giocare a palle di neve, a Monte Loco (come lo chiamano) perché Montilocco assomiglia tanto a Monte Loco.

I ragazzi brasiliani arrivano nel 1944 e la situazione è drammaticamente terribile. Tra l’entrata in guerra accolta da urla festanti e i ragazzi brasiliani che giocano con la neve, c’è una terza data che scombina le carte e cambia tutto.

Una sera, sulle frequenze di Radio Algeri, il generale Eisenhower proclama che l’ Italia ha chiesto l’armistizio alle forze alleate angloamericane. Il generale Badoglio, circa un’ora dopo, proclama l’armistizio. Un proclama volutamente poco chiaro, alleati che diventano nemici, l’esercito allo sbando.

La gente corre in strada urlando che la guerra è finita, si canta e si balla. Perché se abbiamo firmato l’armistizio non ci sarà più la guerra, il paese non sarà più stremato da anni di razionamento. O no? 

Non sarà così, perché l’ 8 settembre non segna la fine della guerra. Segna l’inizio della guerra civile.

Beppe Fenoglio in “Primavera di bellezza” (1959) racconta l’8 settembre dal punto di vista di un soldato.

“E poi nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi – non sparare sui tedeschi – non lasciarsi disarmare dai tedeschi – uccidere i tedeschi – autodisarmarsi – non cedere le armi“. 

Inizia un periodo terribile, la pagina più buia della nostra storia. Il 1944 è l’anno più duro, con l’inverno più freddo che la gente ricordi. L’autunno no, era stato un buon autunno, da ricordare: i campi avevano prodotto grano, tanto grano. Bisognava addirittura nasconderlo per paura che arrivassero i tedeschi. La Linea Gotica non passa tanto lontano dalle case e ha il suo cardine in Appennino sulla direttiva Monte Belvedere-Ronchidoso-Monte Castello. Il fronte è fermo da mesi lungo questa direzione, sta arrivando l’ inverno e la situazione sembra in stallo.

A Ronchidoso si è formata (a giugno) una brigata partigiana, comandata dal comandante Pietro: Pietro quando arriva a Ronchidoso ha 29 anni e può disporre di circa 30 uomini, molti sono giovani, altri scriveranno pagine importanti per la lotta partigiana.

La popolazione è composta non solo da chi qui ha sempre abitato, ma anche da sfollati che sono scappati da Porretta Terme ma anche da Bologna o Modena per cercare un rifugio più sicuro. Si iniziano a conoscere nuove parole, una su tutte, la più drammatica: si scrive RAPPRESAGLIA, si legge UCCIDETE I CIVILI. E arrivano notizie allarmanti, portate dalle bande partigiane che si spostano da un luogo all’ altro. Raccontano di un paese, forse neanche troppo lontano da qui, in cui i tedeschi hanno rastrellato la popolazione, e ci sono morti, tanti morti, in maggioranza sono donne e bambini.

E’ il 12 agosto 1944, il paese si chiama Sant’ Anna di Stazzema. La furia dei nazi-fascisti si abbatte sulla popolazione, nel giro di poche ore centinaia e centinaia di corpi resteranno a terra, senza vita, bruciati, straziati. Si conteranno 560 morti, di cui Anna, la più giovane, aveva 20 giorni.

Invece il 29 settembre 1944 a Ronchidoso è una giornata di nebbia, c’è anche una pioggerellina leggera. I giorni in quel 1944 si sa come iniziano ma non si sa come (e se) finiranno. Dalla Serra di Ronchidoso sta scendendo una colonna di tedeschi, con un ordine ben preciso: bonificare la zona.

La zona è quella della Linea Gotica, con Monte Castello e Monte Belvedere come capisaldi; i tedeschi però hanno saputo che in zona opera una brigata di partigiani e probabilmente la popolazione, i civili scappati fin quassù alla ricerca della salvezza, li stanno aiutando. Solo due giorni prima, il 27 settembre, la stessa colonna si era resa responsabile dell’ eccidio di Cà Berna, 28 morti, tutto il paese raso al suolo. Si racconta che i tedeschi sono stati attaccati dai partigiani, qualcuno non ha rispettato l’ordine di far passare i tedeschi senza attaccare, e alcuni sono rimasti uccisi. La rappresaglia colpisce tutto il paese, e a Cà di Berna non resteranno che corpi bruciati e case distrutte.

A Ronchidoso, invece, bisogna bonificare la zona: le SS della 16esima corazzata stanno per passare e non possono avere altre perdite, o almeno così la pensa Walter Reder, il Monco, a capo della divisione. Per bonificare la zona, rastrellano tutta la popolazione: a Ronchidoso di Sopra, a Cà D’ Ercole, alla Lama, a Ronchidoso di Sotto, al Cargè, a Cason dell’ Alta.

Lasceranno i borghi bruciare, perché alle case bisogna dare fuoco. Lasceranno corpi straziati, ammassati uno sopra l’ altro e poi bruciati. Lasceranno famiglie distrutte. Lasceranno 69 morti, il più giovane-Renzo-ha 3 mesi, la più anziana-Maria Rosa-ha 85 anni, in un’eccidio tra i più cruenti d’ Appennino.

I corpi non avranno degna e cristiana sepoltura se non nel 1945, quando gli alleati riusciranno a sfondare il fronte e scoprire l’orrore. A Cason dell’ Alta c’è il sacrario, dove sono ricordati i nomi delle vittime e, se si entra, alla destra si trova una targa “Eterna pace a dieci vittime sconosciute”. Infatti a Cason dell’ Alta le truppe trovano dieci vittime a cui non è mai stato possibile dare un nome: forse sfollati, forse partigiani o civili, forse disertori, non lo sapremo mai.

Per l’eccidio di Ronchidoso non ci saranno colpevoli, sarà un eccidio per molto tempo dimenticato. I fascicoli relativi a questo orrore saranno archiviati (insieme ad altri centinaia fascicoli riguardanti le più efferate stragi naziste – Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Monte Sole, gli eccidi dell’ Alto Reno) all’ interno di un armadio posto nello sgabuzzino della cancelleria militare, chiuso a chiave e con le ante appositamente rivolte verso il muro. Rimasero chiusi in questo armadio fino al 1994 quando il procuratore Intelisano (che stava seguendo un processo contro Erich Priebke) trovò questo armadio, che prese il nome di “armadio della vergogna”.

                             Ad Antonio, Tonino di Cà Berna, che mi ha insegnato il valore del ricordo e l’importanza del raccontare per non dimenticare.

 

#PiediStanchieCuoreFelice

Settembre 2024

Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo indicato se non di proprietà dell’ Autore.

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Il terzo rifugio al Lago Scaffaiolo (1911-1922)

Un mondo in rapida trasformazione

Il 1905 non è semplicemente un anno d’inizio secolo; è il baricentro di un’epoca in cui il vecchio mondo rurale e isolato della montagna si trova a fare i conti con la modernità della Belle Époque. Per comprendere come si presentasse l’Appennino bolognese e il Lago Scaffaiolo in questo preciso momento storico, è necessario fare un passo indietro e guardare al 1878, l’anno in cui nacque il primissimo e pionieristico rifugio d’Appennino.

Nel 1878 la montagna era una terra di pastori, carbonai e contrabbandieri. Chi saliva al Lago Scaffaiolo lo faceva per necessità o spinto da un ideale romantico e quasi eroico dell’alpinismo. Nel 1905, appena ventisette anni dopo, lo scenario è radicalmente cambiato. La montagna non fa più paura: inizia a essere desiderata, studiata e, soprattutto, visitata da una nuova classe sociale.

La rivoluzione dei trasporti e il nuovo turismo d’alta quota

La vera chiave di volta che trasforma l’Appennino nei primi anni del Novecento è l’accessibilità. Il treno rimane il mezzo indiscusso per gli spostamenti di massa: le ferrovie portano frotte di escursionisti della nascente borghesia cittadina da Bologna o da Pistoia fino alle stazioni di fondo valle. Tuttavia, l’inizio del secolo vede l’apparizione dei primi, avveniristici mezzi.

Le prime “auto-corriere” e il brivido dell’Abetone

Sulla storica tratta che collega Porretta Terme e la stazione di Pracchia a Pievepelago, iniziano a fare la loro comparsa le prime, traballanti auto-corriere. Si tratta di mezzi pesanti, rumorosi, che sollevano nuvole di polvere lungo strade non ancora asfaltate. Affrontare i tornanti del Passo dell’Abetone a bordo di questi veicoli pionieristici è un’impresa “assolutamente sconsigliata ai deboli di stomaco”. I sobbalzi, le frenate brusche e l’odore di olio bruciato rendono il viaggio un’avventura nell’avventura, ma dimezzano i tempi rispetto alle vecchie carrozze a cavalli.

La Grande Strada dell’Alto Crinale

La vera rivoluzione per il versante bolognese è l’apertura, proprio nei primissimi anni del Novecento, della grande arteria stradale dell’Alto Crinale, la via che mette in comunicazione la Porrettana con la Via Giardini, toccando le località di Porretta, Lizzano, Fanano, Sestola e Pievepelago.

Questa infrastruttura cambia la geografia del turismo appenninico:

  • Vidiciatico e Lizzano: Grazie alla nuova strada, queste frazioni si trasformano rapidamente. Da borghi di boscaioli e pastori diventano mete turistiche ricercate, eleganti e alla moda. Sorsero i primi alberghi e le prime ville signorili dove le famiglie benestanti di Bologna passano la “villeggiatura” estiva, respirando l’aria salubre raccomandata dai medici dell’epoca.
  • L’avvicinamento al Lago: Partire per un’escursione verso il Lago Scaffaiolo da Vidiciatico diventa improvvisamente più facile e accessibile, non più un’esplorazione di più giorni, ma una meta raggiungibile con una camminata ben pianificata.

I Bolognesi, ma non solo, iniziano così a scoprire la montagna, che diventa luogo non solo per pochi “esaltati” che andavano in cima ad un monte, ma diventa un luogo di turismo, diremmo oggi, “di massa”.

E’ in questo nuovo clima di fermento, che gli alpinisti bolognesi tornano ad interessarsi al Lago Scaffaiolo, e soprattutto al rifugio, decidendo non di costruire un nuovo rifugio ma di ricostruire in maniera radicale quello già esistente.


La decisione fu presa dall’ Assemblea dei Soci del 02 febbraio 1911, stanziando una congrua cifra in bilancio e sottoscrivendo un contributo individuale di 10 lire per socio.
Incaricato dei lavori fu il socio CAI Ettore Bortolotti, stimato professore all’Università di Modena, che nei mesi estivi soggiornava a Lizzano Pistoiese, il paese più vicino al Lago, e che quindi avrebbe potuto sorvegliare meglio i lavori. Nell’assemblea si decise, inoltre, di completare e restaurare il fabbricato esistente, di sorvegliarlo per impedire la distruzione da parte degli elementi naturali e degli uomini.


Le opere furono molte, a partire dai muri: il Rifugio aveva muri costruiti a secco ma ripieni di materiale friabile e poroso che a diretto contatto con il terreno faceva filtrare umidità che si spandeva per tutto l’edificio; addirittura, la mal regolata pendenza del suolo faceva sì che le acque piovane erano scolate entro la porta del rifugio. Si dovette quindi isolare il rifugio regolando il displuvio delle acque. Lungo il fianco si costruì un robusto muro a secco, stuccato a calce; davanti alla facciata si mise un piastronato per far sì che lo spiazzo resti asciutto e pulito.

Tutti i muri che presentavano lesioni furono demoliti e rifatti: si stuccò ogni fessura delle pareti.
Il dormitorio posto al piano superiore presentava un pavimento ancora in discrete condizioni ma fu comunque accuratamente ristrutturato chiudendo le fessure con cemento; mentre il pavimento del piano inferiore fu completamente rifatto. Il pavimento della cucina fu reso impermeabile grazie ad un vespaio profondo 25 cm a cui si sovrapposto uno strato di 5 cm di cemento misto a ghiaia e sopra un’ulteriore rifinitura sempre in cemento. Questo faceva sì che il rifugio fosse sano ed asciutto in qualsiasi stagione.


Ristrutturato l’ interno, bisognava pensare anche all’ esterno. Nel precedente rifugio, entrambi gli ingressi erano rivolti a nord e questo faceva sì che le nevicate ostruissero le entrate, poiché la neve era portata contro la porta formando una vera e propria “trincea” ancora alta anche a maggio. Così di fatto, in inverno il rifugio diventava inservibile anche a chi ne avrebbe avuto bisogno; ma nelle altre stagioni era preda di vandali, questo perchè sia la porta che le imposte erano apribili dall’esterno.

L’evoluzione del confort: arredamento ed accoglienza

Nonostante l’aspetto da fortezza, il rifugio del 1905 rappresenta un enorme passo avanti sul piano del comfort rispetto alle spartane condizioni del 1902. Per la prima volta si può parlare di un vero e proprio “arredamento montano”.

La Cucina e le stoviglie

La cucina non è più solo un focolare fumoso, ma una stanza attrezzata con cura. Vi si trovano:

  • Una stufa in ghisa per riscaldare l’ambiente in modo più efficiente rispetto al camino aperto.
  • Un tavolo robusto accompagnato da due panche e ben sei sgabelli in legno.
  • Un equipaggiamento culinario completo: un paiolo in rame, una padella, stoviglie, piatti e posate, oltre a un’intera e moderna batteria da cucina in ferro smaltato, materiale igienico e d’avanguardia per l’epoca.

Il Dormitorio e “la cameretta per la Signora”

Al piano superiore, il dormitorio offre ospitalità fissa per sei persone. Non ci sono più i pagliericci gettati per terra, ma un grande tavolaccio rialzato in legno su cui poggiano quattro ampi pagliericci e dodici pesanti panni di lana per proteggersi dalle gelate notturne.

La vera novità del 1905, che testimonia il cambiamento dei costumi sociali della Belle Époque, è la presenza di una piccola cameretta ricavata presso la cantina. Qui vi è la possibilità di allestire una branda pieghevole. Questa stanza separata è pensata per un fine preciso: permettere il pernottamento a una “Signora”. Siamo pur sempre agli inizi del Novecento, e il senso del decoro e della riservatezza dell’epoca impone che una donna della buona società non dorma nello stesso camerone promiscuo insieme agli uomini e alle guide.

Il rifugio precedente, inoltre, non era custodito: nessuno si era preso cura di sorvegliare l’edificio, non il CAI di Firenze, non il Comune di Cutigliano. Non può stupire quindi, se ancora prima di essere terminato, il secondo rifugio era già stato devastato e bruciato ed asportate le imposte e le poche suppellettili presenti all’ interno.

Per evitare un simile scempio, nel terzo rifugio fu eliminata un’entrata, chiusa con un muro a calce. Dall’unica entrata rimasta si accedeva ad una stanza ad uso del pubblico e si accedeva alla cucina tramite una porta anche essa foderata in lamiera, munita di serratura e due catenacci oltre che da una grossa spranga di ferro che da un capo si fissava ad un occhiello fisso al pavimento: la grande novità era che la spranga si poteva togliere solo dall’ interno.
La cucina comunicava con il piano superiore tramite una scala mobile ed una botola, chiusa dal di sopra con una robusta spranga di ferro: in questo modo, chiuse le due porte, ritirata la scala e chiusa la botola nessuno poteva entrare nel rifugio se non dalla finestra del piano superiore, anch’essa però dotata di robusta (almeno per l’ epoca) inferriata.

I lavori iniziarono il 4 agosto e furono collaudati il 3 settembre; il rifugio fu inaugurato il 17 settembre 1911: non vi fu una vera cerimonia, intervennero solo un centinaio di soci della Sezione di Bologna, una comitiva di soci da Firenze, un rappresentante del Comune di Bologna e molti valligiani.

Inizia quindi la terza vita del Rifugio, e i primi anni tutto fila liscio, con il Rifugio perfettamente efficiente.

Il Rifugio al Lago Scaffaiolo nel 1905 è lo specchio fedele del suo tempo. Racconta lo sforzo dell’uomo del primo Novecento nel voler dominare gli elementi e la verticalità attraverso la tecnica: dalle auto-corriere che sfidano i tornanti dell’Abetone, fino alle spranghe di ferro interne che proteggono il sonno degli escursionisti.

Tra l’odore di ferro smaltato della cucina, il calore della nuova stufa e l’isolamento garantito dal nuovo muro a calce, questo avamposto di pietra sul crinale tosco-emiliano si confermava non più come un semplice ricovero d’emergenza, ma come un moderno e orgoglioso avamposto di civiltà nel cuore selvaggio dell’Appennino.

Ma poi succede qualcosa che sconvolge le rive del lago: gli alpinisti bolognesi, i montanari, partono per luoghi lontani e molti non torneranno: è la Prima Guerra Mondiale.
Il Rifugio è quindi dinuovo   abbandonato: le suppellettili, i materassi, sono cose appetibili; il resto lo fa il gelo e la tormenta dell’ inverno: nel 1922 il terzo Rifugio è solo un mucchio di rovine pericolanti. Ma nel 1925….

 

-Fine terza parte-

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

#PiediStanchieCuoreFelice

Ottobre  2022

 

Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo indicato se non di proprietà dell’ Autore.

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Il terzo rifugio al Lago Scaffaiolo (1911-1922) Leggi tutto »

Il secondo rifugio al Lago Scaffaiolo (1901-1905)

Dove eravamo rimasti…

Il primo rifugio costruito  al Lago Scaffaiolo nel 1878, nonostante l’inaugurazione solenne e il concorso di tanta gente, nel 1881 è già in rovina: vandalismi e distruzioni ne segnano ben presto la fine.

La storia continua

Dopo un’escursione al Lago nel 1899, il signor Oreste Mazzoni-socio CAI- scrive una lettera diretta al Presidente di sezione lamentando che un rifugio, soprattutto in considerazione della giornata di brutto tempo incontrata, sarebbe oltremodo importante. Nella lettera il Mazzoni esprime la sua volontà, o meglio il desiderio, di ricostruire quel rifugio, ma ricostruito in modo che né le intemperie né gli atti vandalici possano farne scempio.

C’è però un problema che ferma la buona volontà del Mazzoni: la spesa dei materiali e della manodopera stimata in 1200 lire. Non scoraggiandosi, Oreste Mazzoni scrive a varie sezioni CAI, per spiegare la sua idea e chiedendo un aiuto economico.  Alla fine, il costo totale sarà di 2.317,57 lire di cui 2.060,60 raccolte dalle sezioni CAI, dagli enti e dalle offerte private tra villeggianti: al povero Mazzoni toccò anche ripianare il “buco” di 256,97 lire!

Già nell’ estate del 1901, il rifugio è pressochè pronto con l’ inaugurazione prevista per il 20 settembre : è costruito in pietra e calce con soffitti a volta, senza l’utilizzo di legname affinchè “possa sfidare le ire degli elementi celesti ed umani che fecero scempio della vecchia capanna”.

Ma verrà inaugurato solo un anno più tardi, il 23 agosto 1902: con una lettera datata 18 settembre 1901, infatti, si segnala che vista “l’insistenza del brutto tempo che, oltre ad aver impedito il compimento della costruzione del rifugio al Lago Scaffaiolo, sconsiglia ora una gita al lago stesso, l’ inaugurazione del ricovero viene rimandata al principio dell’ estate dell’anno venturo in giorno da determinarsi”. Nonostante il tempo non proprio clemente, il giorno dell’ inaugurazione si trovano sulle sponde del lago circa 500 persone: autorità arrivate da Cutigliano, valligiani, pastori e anche villeggianti arrivati addirittura da Pracchia e dall’ Abetone.

Non manca neanche la banda, sempre da Cutigliano, per intrattenere allegramente gli invitati e alle 10, come in tutte le inaugurazioni che si rispettino, una bottiglia di “champagne” viene infranta contro la parete del rifugio tra applausi ed evviva. Il tempo diventa sempre più inclemente, tanto che, terminato il banchetto, gli invitati scendono direttamente a valle invece che continuare (come era stato previsto) la giornata con altre escursioni nella zona.

Il rifugio del Lago Scaffaiolo viene intitolato al Duca degli Abruzzi e questa non fu una scelta casuale: in quegli anni, il Duca era il simbolo indiscusso dell’alpinismo italiano e il presidente onorario di diverse sezioni del Club Alpino Italiano (CAI). Dedicargli una struttura così innovativa e robusta sull’Appennino Tosco-Emiliano significava omaggiare l’uomo che stava portando il nome dell’Italia sulle vette e sui ghiacci più inviolabili del pianeta.

Il Rifugio nel 1902

Il rifugio inaugurato nel 1902  ha il corpo principale di metri 8X4,20 (misure esterne) ed è alto 6 metri. Come detto non ha travi in legno, materiale poco adatto ad ospiti poco scrupolosi. Il tetto era sostenuto da volte in pietra, con muri massicci per reggere la spinta.

Nel corpo principale erano stati ricavati due piani collegati da una scaletta in legno fissa alla parete. Al piano inferiore c’era l’ingresso, che serviva anche da cucina, il dormitorio per le guide (e i mulattieri) e la dispensa. Nella parte superiore, invece, c’era il dormitorio per le comitive. L’arredamento era composto da pochi pezzi: una tavola, tre panche mobili, posate e stoviglie.

Dormire al Rifugio Scaffaiolo nel 1902: Un’avventura d’altri tempi

Oggi siamo abituati a rifugi moderni, dotati di riscaldamento, Wi-Fi e letti comodi. Ma cosa significava passare una notte nel Rifugio Duca degli Abruzzi nel 1902? Significava vivere un’esperienza spartana, dominata dalla pietra, dal freddo e dal senso di totale isolamento.

L’arrivo e l’accoglienza “alla buona”

Dopo ore di cammino lungo i sentieri d’Appennino, spesso accompagnati da guide locali o mulattieri che trasportavano i bagagli, i viaggiatori venivano accolti da una struttura massiccia e severa.

Varcata la porta d’ingresso, ci si ritrovava in un unico ambiente al piano terra che fungeva da cucina e dispensa. Qui non c’erano stufe moderne: ci si scaldava attorno a un focolare essenziale, dove si preparavano cibi caldi e semplici. L’arredamento era ridotto all’osso: una tavola, tre panche mobili, qualche posata e le stoviglie di rito. In un angolo del piano terra, separati da una semplice parete o sistemati alla meglio, dormivano i mulattieri e le guide, custodi instancabili della montagna.

Una notte sotto le volte di pietra

Per dormire, le comitive di escursionisti dovevano arrampicarsi su per una scaletta in legno fissa alla parete, che conduceva al piano superiore.

  • Niente legno, niente sprechi: La prima cosa che saltava all’occhio (e che si percepiva sulla pelle) era la totale assenza di travi in legno sul soffitto. Il tetto era sorretto da imponenti volte in pietra. Questa scelta costruttiva, decisamente insolita, era stata pensata per proteggere il rifugio da “ospiti poco scrupolosi” che, nei mesi invernali di abbandono, avrebbero potuto bruciare le travi per scaldarsi.
  • Il dormitorio comune: Il piano superiore era un unico grande camerone dove ci si stringeva l’un l’altro su pagliericci o tavolati. Non esistevano camere private o comfort moderni: ci si coricava vestiti, avvolti in pesanti coperte di lana grezza, mentre il vento d’alta quota sferzava i massicci muri esterni.

Il fascino dell’essenziale

Andare a dormire al Lago Scaffaiolo ai primi del Novecento era una vera e propria prova di adattamento. L’aria era umida, il profumo era quello della pietra viva e del fumo di legna, e il silenzio della notte era rotto solo dal respiro dei compagni di viaggio.

Eppure, svegliarsi all’alba, scendere la scaletta di legno, uscire sulla riva del lago nebbioso e guardare il crinale illuminato dal primo sole ripagava ogni singola scomodità. Era il vero spirito dell’alpinismo pionieristico.

E cosa si mangiava al Rifugio?

A inizio Novecento, nei rifugi appenninici come il Duca degli Abruzzi, non esisteva un servizio di ristorazione come lo intendiamo oggi. La dispensa del rifugio conteneva solo beni di prima necessità non deperibili, e l’esperienza culinaria era legata a una combinazione di ciò che gli escursionisti portavano nello zaino e di ciò che le guide caricavano sui muli.

Se fossimo saliti al Duca degli Abruzzi nei primi anni del Novecento, avremmo trovato:

I comfort caldi del focolare

La cucina del rifugio serviva principalmente a preparare cibi caldi, fondamentali per ritemprare il corpo dopo ore di cammino al vento del crinale:

  • Polenta: Il piatto forte della montagna. Facile da trasportare sotto forma di farina di granoturco, veniva cotta nel paiolo sul fuoco e condita, nei casi più fortunati, con un po’ di formaggio locale o sugo di cacciagione portati da valle.
  • Zuppe e minestre: Brodi semplici fatti con verdure essiccate, legumi (fagioli o ceci) e lardo per dare calorie e sostanza.
  • Caffè d’orzo o cicoria: Una bevanda calda e corroborante, spesso corretta con un goccio di grappa o acquavite per combattere il freddo prima di andare a dormire.

Le provviste da viaggio (Al sacco)

Ogni alpinista o guida portava con sé alimenti ad altissimo valore energetico, capaci di conservarsi per giorni nello zaino:

  • Pane nero o gallette: Pane di segale o d’orzo, spesso raffermo o cotto due volte (biscottato) per durare a lungo senza fare muffa. Veniva bagnato nella minestra per ammorbidirlo.
  • Salumi e insaccati: Salame, prosciutto teso o lardo della tradizione tosco-emiliana. Erano perfetti perché ricchi di sale e grassi, ideali per lo sforzo fisico.
  • Formaggi stagionati: Formaggi pecorini o vaccini d’alpeggio, duri e saporiti, facili da tagliare a coltello sul tavolo di legno del rifugio

Da bere

L’acqua veniva attinta direttamente dalle sorgenti vicine o dal lago (previa bollitura se usata per cucinare). Per il resto, non mancava mai un fiasco di vino rosso robusto, portato a dorso di mulo, che serviva a fare allegria tra la comitiva sulle panche della cucina e a scaldare l’atmosfera prima di salire nel dormitorio di pietra.

Il declino e l’abbandono

Nonostante i buoni auspici, anche il secondo rifugio avrà vita breve e tribolata: nel 1905 è ormai in rovina, pare anche questa volta  vittima dei vandalismi dei pastori e anche dei villeggianti, le finestre e la porta sono state scassinate: le intemperie, soprattutto a queste altezze, hanno vita facile a rovinare.

Foto Archivio La Musola

Il rifugio sta inesorabilmente crollando, quando la sezione CAI di Bologna…

-Fine seconda parte-

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

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Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo Archivio La Musola (foto 1).

 © Copyright  Giugno  2022 – Fabrizio Borgognoni

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Il secondo rifugio al Lago Scaffaiolo (1901-1905) Leggi tutto »

Il primo rifugio al Lago Scaffaiolo (1878-1881)

Un luogo tra mito e geografia

E’ il luogo simbolo per chi ama camminare, escursionisti o gitanti della domenica alla ricerca del fresco. E’ un luogo ricco di leggende, storie e curiosità. Da buon montanaro (orgoglioso di esserlo) è uno dei miei luoghi del cuore: il rifugio al Lago Scaffaiolo o, per essere precisi, il Rifugio Duca degli Abruzzi.

La storia del Rifugio Duca degli Abruzzi al Lago Scaffaiolo è straordinaria: si tratta del primo rifugio in assoluto costruito sull’intero Appennino (inaugurato nel lontano 1878) ed è una struttura che è letteralmente “risorta” ben quattro volte a causa delle condizioni meteo estreme del crinale e degli eventi storici.

Un po’ di storia

Per comprendere l’importanza storica del Rifugio “Duca degli Abruzzi”, è necessario calarsi nel contesto geografico e mitologico del luogo che lo ospita: il Lago Scaffaiolo. Situato a un’altitudine di 1.794 metri sul livello del mare, quasi esattamente sul confine geopolitico tra l’Emilia-Romagna (Comune di Fanano, Modena) e la Toscana (Pistoia), lo Scaffaiolo non è un lago comune. È uno specchio d’acqua alpino incastonato in un crinale nudo, privo di alberi e battuto costantemente dai venti, la cui alimentazione non dipende da emissari visibili ma principalmente dalle acque piovane, dallo scioglimento delle nevi e da sorgenti sotterranee.

Questa sua natura solitaria e apparentemente inspiegabile ha alimentato nei secoli una fitta rete di leggende. Persino Giovanni Boccaccio, nel suo trattato geografico De Fluminibus, e successivamente Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle, ne parlarono con timore reverenziale, descrivendolo come un gorgo infernale capace di scatenare tempeste spaventose di grandine, vento e fulmini se vi si gettava una pietra all’interno. Nel XIX secolo, con la nascita dell’alpinismo moderno e della cultura scientifico-escursionistica, il timore lasciò il passo alla fascinazione. Il crinale appenninico divenne terreno di esplorazione e la necessità di un punto d’appoggio per scienziati, topografi e primi camminatori divenne prioritaria.

Ma di rifugi al Lago Scaffaiolo ne sono stati costruiti addirittura quattro con fortuna e vicende alterne: questo racconto è dedicato al primo Rifugio, quando agli albori dell’escursionismo si decise di costruire un ricovero sulle sponde del Lago.

Si deve alla sezione CAI di Firenze, l’idea e la costruzione del primo, storico rifugio, anzi ricovero: ricovero che fu il primo rifugio dell’ Appennino Tosco-emiliano e venne inaugurato nel 1878, quando l’ Italia è ormai unita da diciotto anni e il crinale non separa più tre stati diversi, come dimostrano ancora i cippi confinari che si possono trovare sul crinale. Costo’ ben 800 lire, a cui contribuirono le sezioni CAI di Firenze e Bologna (100 lire cadauno), la Sede Centrale dello stesso CAI (50 lire) e la sezione CAI di Auronzo (20 lire); le restanti 530 lire furono raccolte tra gli alpinisti fiorentini per pubblica sottoscrizione, promossa dal conte Tommaso Digny. Fu inaugurato, appunto, il 30 giugno 1878, con grande concorso di folla, alpinisti-nel 1878 salire sul monte era considerata un’ascensione-, villeggianti ed autorità: oltre 300 persone si ritrovarono sulle sponde del Lago.

Salire in quota: l’abbigliamento da montagna

A metà dell’ Ottocento, la montagna non era un luogo per tutti: a sfidare le vette erano principalmente aristocratici, scienziati ed esploratori britannici, accompagnati da guide locali. Questo perché le vette (o la montagna più in generale) non era un luogo di svago ma un territorio da esplorare: il privilegio di poter esplorare luoghi sconosciuti era riservato ad aristocratici e intellettuali (come Edward Whymper che scoprì le Alpi per sete d’avventura ma anche per passione romantica) oppure a scienziati (interessati alla botanica, alla glaciologia) accompagnati da guide alpine locali, uomini del posto (come le storiche guide di Courmayeur) che conoscevano il territorio ed accompagnavano i facoltosi clienti.

L’ abbigliamento maschile: Eleganza in Tweed e Lana

Per i signori dell’alta borghesia e dell’aristocrazia (gli unici che all’epoca potevano permettersi il “tempo libero” della montagna), l’abbigliamento da escursione era una derivazione diretta degli abiti da caccia o da campagna.

  • La Giacca e il Gilet: Si indossavano giacche robuste in tweed o in lana pesante (fustagno). Il gilet era immancabile, spesso dotato di numerose tasche per riporre l’orologio da taschino, la bussola e l’altimetro. I colori erano rigorosamente scuri o legati alla terra (marrone, grigio, verde scuro).
  • I Pantaloni: A metà Ottocento si usavano pantaloni lunghi in lana, ma iniziavano a diffondersi i primi pantaloni alla caviglia o i pantaloncini alla vandeana (i precursori dei pantaloni alla cordovana o alla nickerbocker), stretti sotto il ginocchio.
  • Le Calze e i Gambali: Sotto il ginocchio si indossavano pesanti calzettoni di lana fatti a mano. Per proteggersi dal fango, dai rovi e dalla neve, si applicavano i gamasci (ghette) in cuoio o in tela spessa.
  • I Cappelli: Nessun uomo sarebbe mai uscito di casa a capo scoperto. In montagna si usavano cappelli in feltro a tesa larga per proteggersi dal sole e dalla pioggia, oppure berretti in stile cacciatore.

L’ abbigliamento femminile: La Sfida dei Corsetti e delle Gonne

Per le donne, l’escursionismo a metà dell’Ottocento era una vera e propria prova di resistenza fisica, non tanto per la salita, quanto per le costrizioni imposte dalla moda dell’epoca. Le prime alpiniste e camminatrici compivano imprese straordinarie letteralmente “imprigionate” nei loro abiti.

  • Le Gonne Lunghe: Le donne dovevano indossare gonne lunghe fino alle caviglie, realizzate in tessuti pesanti come il panno di lana o il velluto. Queste gonne, muovendosi, accumulavano fango, si inzuppavano d’acqua e diventavano pesantissime. Alcune pioniere più audaci cucivano dei bottoni o dei sistemi di lacci all’interno della gonna per poterla “accorciare” temporaneamente durante i passaggi più impervi, ma solo lontano dagli sguardi indiscreti.
  • I Sotto-gonna: Sotto la gonna principale venivano indossate diverse sottogonne e, verso la fine del secolo, i primi pantaloni larghi da donna (i bloomers), che però venivano rigorosamente nascosti dalla gonna esterna per motivi di decoro.
  • Il Corsetto: Anche in alta quota, le donne non rinunciavano al corsetto rigido. Questo limitava drammaticamente la capacità polmonare e la flessibilità del busto, rendendo le salite ripide una tortura d’altri tempi.
  • I Cappellini e i Veli: Per proteggere la carnagione pallida (segno di nobiltà), le signore indossavano cappelli di paglia o feltro, spesso abbinati a veli per evitare le bruciature del sole d’alta quota.

Le calzature e gli accessori: trionfo di cuoio e ferro

Se i tessuti erano ereditati dalla vita cittadina o di campagna, le calzature e gli attrezzi stavano iniziando a specializzarsi proprio intorno alla metà del secolo.

  • Gli Scarponi chiodati: Non esistevano le suole in gomma (che arriveranno solo nel XX secolo con Vibram). Gli scarponi erano interamente in cuoio rigido e pesante. Per avere aderenza sull’erba bagnata, sulla terra e sul ghiaccio, la suola veniva chiodata a mano con chiodi di ferro dalle forme diverse (chiamati ali di mosca o tricouni).
  • Il Bastone da Montagna: Prima della diffusione della piccozza moderna, l’accessorio fondamentale era l’Alpenstock: un lungo bastone di legno resistente (spesso frassino), lungo anche un metro e mezzo o due, dotato di una punta di ferro in fondo. Serviva per sondare il terreno, darsi la spinta e mantenere l’equilibrio.

Quindi, camminare a metà dell’Ottocento significava accettare di essere costantemente umidi, infreddoliti o accaldati, con calzature rigide e abiti ingombranti. Questo non fa che aumentare l’ammirazione per quegli uomini e quelle donne che, morsi dalla curiosità e dall’amore per l’avventura, hanno esplorato i crinali dei nostri territori con nient’altro che la loro determinazione e qualche strato di pesante lana nostrana.

Il primo rifugio, ovvero il primo ricovero

Non dobbiamo immaginare il rifugio accogliente di oggi, bensì una capanna-ricovero di emergenza, estremamente spartana e geometrica. I dettagli costruttivi dell’epoca la descrivono così:

  • I materiali: Era un fabbricato basso e allungato. Per edificarlo furono utilizzate le pietre arenarie reperite direttamente sul posto, che vennero murate a calce per resistere alla spinta dei venti.
  • Il tetto: Sempre per resistere alle intemperie, venne realizzato con pesanti lastre di pietra (le tipiche “piagne” appenniniche).
  • L’interno: La struttura era divisa sostanzialmente in due spazi. La sezione principale era una grande stanza adibita a ricovero per i viandanti, capace di ospitare circa 10 persone alla volta. Adiacente ad essa c’era uno stanzino più piccolo utilizzato per stoccare le scorte di legna e carbone necessarie per accendere il camino e riscaldarsi in caso di maltempo.
  • La vista: L’edificio presentava tre piccole finestre che si affacciavano direttamente sulle acque del lago.

La gestione comune tra bolognesi e fiorentini simboleggiava idealmente il superamento dei vecchi confini granducali e pontifici in nome della comune passione per la montagna.

La grande festa: l’inaugurazione del 1878

Il resoconto ufficiale di quella storica giornata del 30 giugno 1878 fu talmente memorabile da guadagnarsi un lunghissimo articolo d’onore nei numeri del bollettino ufficiale del CAI dell’epoca. Centinaia di appassionati salirono dai due versanti della montagna per festeggiare il primo avamposto ad alta quota e il racconto si trova anche  pubblicato in due puntate sul giornale “La Vedetta-Gazzetta del Popolo” di Firenze, in data 3 e 4 luglio e firmato da un cronista con lo pseudonimo di Fra Fazio.

Il racconto è, ovviamente, entusiastico: “ L’alpinista troverà su quell’alta vetta un tetto che lo proteggerà dall’ impeto dei venti, dalle bufere della neve, dal diluvio dell’acqua, dal rigore del freddo; troverà modo di accendere un buon fuoco per far ritornare vigore alle membra intorpidite, e di riposarsi dalla stanchezza di una gita faticosa”.

Bisogna considerare cosa aveva voluto dire partecipare all’ inaugurazione: la sezione fiorentina del CAI era partita il giorno prima, 29 giugno, ed era scesa alla stazione di Pracchia. Da Pracchia, in carrozza, erano giunti a San Marcello Pistoiese presso l’Albergo della Posta. Arrivati a San Marcello, vengono accolti dalla banda musicale e subito il sindaco imbastisce un discorso celebrando il primo rifugio sorto in Toscana. Sì, perchè era convinzione (all’ epoca e di tutti) che il Lago Scaffaiolo fosse toscano, in territorio pistoiese; la folla si raduna sulla piazza principale e, ascoltato il sindaco, si gode lo spettacolo dei fuochi artificiali. Ritirati gli ospiti nelle loro camere, gli stessi saranno svegliati la mattina dopo alle 2 grazie alle trombe della banda che, sotto le finestre dell’ Albergo della Posta suonano la sveglia. Dopo prima delle 3, la comitiva quindi lascia San Marcello Pistoiese ed inizia la lunga e faticosa ascensione, fino a vedere lo spettacolo, così scrive Fra Fazio, “ della linea imponente delle montagne che chiudono le antiche provincie toscane”. 

                                                                     Il rifugio al Lago Scaffaiolo come appare oggi (Foto Fabrizio Borgognoni)

La lunga camminata inizia a farsi sentire: il passo diventa meno veloce, il sudore inizia a scendere, le fiaschette che contengono caffè, vino, acqua, cognac vengono svuotate. L’ascensione è condotta da una Guida– nel 1878 era impensabile non avere una Guida a capo del gruppo- e ad essa si rivolgono i meno esperti : ”C’è ancora molto per arrivare al Lago?”.

E poi, finalmente, si arriva al Lago, affollato di alpinisti e di abitanti  dei paesi vicini vestiti con i loro abiti ricercati, e troviamo anche qualche dama intrepida che da Cutigliano è arrivata fino quassù. Ci sono tre bande musicali: la banda di Cutigliano, quella di Fanano, ed una fanfara costituita apposta per l’occasione che arriva da San Marcello Pistoiese.

Troviamo anche somari sellati che hanno portato in cima gli alpinisti più comodi e di poca gamba, autorità che a vario titolo riempiono la giornata con discorsi solenni in attesa di rifocillarsi nella  trattoria economica allestita nel rifugio. Terminati i discorsi e a pancia piena, si scende verso valle, questa volta in direzione di Cutigliano: così Fra Fazio racconta la strada “si chiama strada tanto per fare, giacchè non è altro che un viottolo tortuoso, ripido, ingrombo di massi, che segue talvolta il corso dei torrenti, è oltremodo pittoresca; ci sono delle situazioni, dei panorami di montagna e di vallate che non hanno riscontro altro che nella Svizzera, il paese pittoresco per eccellenza”.

Il rapido declino

Ma il rifugio non avrà fortuna: l’assenza di un custode, lascia il bivacco alla mercè di chiunque. La porta, benchè chiusa a chiave, è facilmente apribile con una spallata: vandali e sciacalli  spoglieranno completamente il rifugio di arredi, serramenti e legna.

Anche i freddi inverni fecero la loro parte: il Lago Scaffaiolo si trova a quasi 1.800 metri di quota, in un punto d’Appennino dove si scontrano le correnti umide del Tirreno e quelle fredde della Pianura Padana. Senza manutenzione costante, le infiltrazioni d’acqua, il gelo e il peso della neve distrussero la copertura.

Nel 1881, a soli tre anni dall’ inaugurazione, il rifugio è già in rovina: per salvare il salvabile, quel che restava venne parzialmente coperto per ricavarne un rudimentale locale di servizio, finché il CAI non decise che l’esperimento andava ripetuto, ma con criteri del tutto nuovi….

 -Fine prima parte-

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

  

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Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo Archivio La Musola (foto 1 e 3).

 © Copyright  Maggio 2022 – Fabrizio Borgognoni

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