Un luogo tra mito e geografia
E’ il luogo simbolo per chi ama camminare, escursionisti o gitanti della domenica alla ricerca del fresco. E’ un luogo ricco di leggende, storie e curiosità. Da buon montanaro (orgoglioso di esserlo) è uno dei miei luoghi del cuore: il rifugio al Lago Scaffaiolo o, per essere precisi, il Rifugio Duca degli Abruzzi.
La storia del Rifugio Duca degli Abruzzi al Lago Scaffaiolo è straordinaria: si tratta del primo rifugio in assoluto costruito sull’intero Appennino (inaugurato nel lontano 1878) ed è una struttura che è letteralmente “risorta” ben quattro volte a causa delle condizioni meteo estreme del crinale e degli eventi storici.
Un po’ di storia
Per comprendere l’importanza storica del Rifugio “Duca degli Abruzzi”, è necessario calarsi nel contesto geografico e mitologico del luogo che lo ospita: il Lago Scaffaiolo. Situato a un’altitudine di 1.794 metri sul livello del mare, quasi esattamente sul confine geopolitico tra l’Emilia-Romagna (Comune di Fanano, Modena) e la Toscana (Pistoia), lo Scaffaiolo non è un lago comune. È uno specchio d’acqua alpino incastonato in un crinale nudo, privo di alberi e battuto costantemente dai venti, la cui alimentazione non dipende da emissari visibili ma principalmente dalle acque piovane, dallo scioglimento delle nevi e da sorgenti sotterranee.
Questa sua natura solitaria e apparentemente inspiegabile ha alimentato nei secoli una fitta rete di leggende. Persino Giovanni Boccaccio, nel suo trattato geografico De Fluminibus, e successivamente Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle, ne parlarono con timore reverenziale, descrivendolo come un gorgo infernale capace di scatenare tempeste spaventose di grandine, vento e fulmini se vi si gettava una pietra all’interno. Nel XIX secolo, con la nascita dell’alpinismo moderno e della cultura scientifico-escursionistica, il timore lasciò il passo alla fascinazione. Il crinale appenninico divenne terreno di esplorazione e la necessità di un punto d’appoggio per scienziati, topografi e primi camminatori divenne prioritaria.
Ma di rifugi al Lago Scaffaiolo ne sono stati costruiti addirittura quattro con fortuna e vicende alterne: questo racconto è dedicato al primo Rifugio, quando agli albori dell’escursionismo si decise di costruire un ricovero sulle sponde del Lago.
Si deve alla sezione CAI di Firenze, l’idea e la costruzione del primo, storico rifugio, anzi ricovero: ricovero che fu il primo rifugio dell’ Appennino Tosco-emiliano e venne inaugurato nel 1878, quando l’ Italia è ormai unita da diciotto anni e il crinale non separa più tre stati diversi, come dimostrano ancora i cippi confinari che si possono trovare sul crinale. Costo’ ben 800 lire, a cui contribuirono le sezioni CAI di Firenze e Bologna (100 lire cadauno), la Sede Centrale dello stesso CAI (50 lire) e la sezione CAI di Auronzo (20 lire); le restanti 530 lire furono raccolte tra gli alpinisti fiorentini per pubblica sottoscrizione, promossa dal conte Tommaso Digny. Fu inaugurato, appunto, il 30 giugno 1878, con grande concorso di folla, alpinisti-nel 1878 salire sul monte era considerata un’ascensione-, villeggianti ed autorità: oltre 300 persone si ritrovarono sulle sponde del Lago.
Salire in quota: l’abbigliamento da montagna
A metà dell’ Ottocento, la montagna non era un luogo per tutti: a sfidare le vette erano principalmente aristocratici, scienziati ed esploratori britannici, accompagnati da guide locali. Questo perché le vette (o la montagna più in generale) non era un luogo di svago ma un territorio da esplorare: il privilegio di poter esplorare luoghi sconosciuti era riservato ad aristocratici e intellettuali (come Edward Whymper che scoprì le Alpi per sete d’avventura ma anche per passione romantica) oppure a scienziati (interessati alla botanica, alla glaciologia) accompagnati da guide alpine locali, uomini del posto (come le storiche guide di Courmayeur) che conoscevano il territorio ed accompagnavano i facoltosi clienti.
L’ abbigliamento maschile: Eleganza in Tweed e Lana
Per i signori dell’alta borghesia e dell’aristocrazia (gli unici che all’epoca potevano permettersi il “tempo libero” della montagna), l’abbigliamento da escursione era una derivazione diretta degli abiti da caccia o da campagna.
- La Giacca e il Gilet: Si indossavano giacche robuste in tweed o in lana pesante (fustagno). Il gilet era immancabile, spesso dotato di numerose tasche per riporre l’orologio da taschino, la bussola e l’altimetro. I colori erano rigorosamente scuri o legati alla terra (marrone, grigio, verde scuro).
- I Pantaloni: A metà Ottocento si usavano pantaloni lunghi in lana, ma iniziavano a diffondersi i primi pantaloni alla caviglia o i pantaloncini alla vandeana (i precursori dei pantaloni alla cordovana o alla nickerbocker), stretti sotto il ginocchio.
- Le Calze e i Gambali: Sotto il ginocchio si indossavano pesanti calzettoni di lana fatti a mano. Per proteggersi dal fango, dai rovi e dalla neve, si applicavano i gamasci (ghette) in cuoio o in tela spessa.
- I Cappelli: Nessun uomo sarebbe mai uscito di casa a capo scoperto. In montagna si usavano cappelli in feltro a tesa larga per proteggersi dal sole e dalla pioggia, oppure berretti in stile cacciatore.

L’ abbigliamento femminile: La Sfida dei Corsetti e delle Gonne
Per le donne, l’escursionismo a metà dell’Ottocento era una vera e propria prova di resistenza fisica, non tanto per la salita, quanto per le costrizioni imposte dalla moda dell’epoca. Le prime alpiniste e camminatrici compivano imprese straordinarie letteralmente “imprigionate” nei loro abiti.
- Le Gonne Lunghe: Le donne dovevano indossare gonne lunghe fino alle caviglie, realizzate in tessuti pesanti come il panno di lana o il velluto. Queste gonne, muovendosi, accumulavano fango, si inzuppavano d’acqua e diventavano pesantissime. Alcune pioniere più audaci cucivano dei bottoni o dei sistemi di lacci all’interno della gonna per poterla “accorciare” temporaneamente durante i passaggi più impervi, ma solo lontano dagli sguardi indiscreti.
- I Sotto-gonna: Sotto la gonna principale venivano indossate diverse sottogonne e, verso la fine del secolo, i primi pantaloni larghi da donna (i bloomers), che però venivano rigorosamente nascosti dalla gonna esterna per motivi di decoro.
- Il Corsetto: Anche in alta quota, le donne non rinunciavano al corsetto rigido. Questo limitava drammaticamente la capacità polmonare e la flessibilità del busto, rendendo le salite ripide una tortura d’altri tempi.
- I Cappellini e i Veli: Per proteggere la carnagione pallida (segno di nobiltà), le signore indossavano cappelli di paglia o feltro, spesso abbinati a veli per evitare le bruciature del sole d’alta quota.

Le calzature e gli accessori: trionfo di cuoio e ferro
Se i tessuti erano ereditati dalla vita cittadina o di campagna, le calzature e gli attrezzi stavano iniziando a specializzarsi proprio intorno alla metà del secolo.
- Gli Scarponi chiodati: Non esistevano le suole in gomma (che arriveranno solo nel XX secolo con Vibram). Gli scarponi erano interamente in cuoio rigido e pesante. Per avere aderenza sull’erba bagnata, sulla terra e sul ghiaccio, la suola veniva chiodata a mano con chiodi di ferro dalle forme diverse (chiamati ali di mosca o tricouni).
- Il Bastone da Montagna: Prima della diffusione della piccozza moderna, l’accessorio fondamentale era l’Alpenstock: un lungo bastone di legno resistente (spesso frassino), lungo anche un metro e mezzo o due, dotato di una punta di ferro in fondo. Serviva per sondare il terreno, darsi la spinta e mantenere l’equilibrio.

Quindi, camminare a metà dell’Ottocento significava accettare di essere costantemente umidi, infreddoliti o accaldati, con calzature rigide e abiti ingombranti. Questo non fa che aumentare l’ammirazione per quegli uomini e quelle donne che, morsi dalla curiosità e dall’amore per l’avventura, hanno esplorato i crinali dei nostri territori con nient’altro che la loro determinazione e qualche strato di pesante lana nostrana.
Il primo rifugio, ovvero il primo ricovero
Non dobbiamo immaginare il rifugio accogliente di oggi, bensì una capanna-ricovero di emergenza, estremamente spartana e geometrica. I dettagli costruttivi dell’epoca la descrivono così:
- I materiali: Era un fabbricato basso e allungato. Per edificarlo furono utilizzate le pietre arenarie reperite direttamente sul posto, che vennero murate a calce per resistere alla spinta dei venti.
- Il tetto: Sempre per resistere alle intemperie, venne realizzato con pesanti lastre di pietra (le tipiche “piagne” appenniniche).
- L’interno: La struttura era divisa sostanzialmente in due spazi. La sezione principale era una grande stanza adibita a ricovero per i viandanti, capace di ospitare circa 10 persone alla volta. Adiacente ad essa c’era uno stanzino più piccolo utilizzato per stoccare le scorte di legna e carbone necessarie per accendere il camino e riscaldarsi in caso di maltempo.
- La vista: L’edificio presentava tre piccole finestre che si affacciavano direttamente sulle acque del lago.
La gestione comune tra bolognesi e fiorentini simboleggiava idealmente il superamento dei vecchi confini granducali e pontifici in nome della comune passione per la montagna.

La grande festa: l’inaugurazione del 1878
Il resoconto ufficiale di quella storica giornata del 30 giugno 1878 fu talmente memorabile da guadagnarsi un lunghissimo articolo d’onore nei numeri del bollettino ufficiale del CAI dell’epoca. Centinaia di appassionati salirono dai due versanti della montagna per festeggiare il primo avamposto ad alta quota e il racconto si trova anche pubblicato in due puntate sul giornale “La Vedetta-Gazzetta del Popolo” di Firenze, in data 3 e 4 luglio e firmato da un cronista con lo pseudonimo di Fra Fazio.
Il racconto è, ovviamente, entusiastico: “ L’alpinista troverà su quell’alta vetta un tetto che lo proteggerà dall’ impeto dei venti, dalle bufere della neve, dal diluvio dell’acqua, dal rigore del freddo; troverà modo di accendere un buon fuoco per far ritornare vigore alle membra intorpidite, e di riposarsi dalla stanchezza di una gita faticosa”.
Bisogna considerare cosa aveva voluto dire partecipare all’ inaugurazione: la sezione fiorentina del CAI era partita il giorno prima, 29 giugno, ed era scesa alla stazione di Pracchia. Da Pracchia, in carrozza, erano giunti a San Marcello Pistoiese presso l’Albergo della Posta. Arrivati a San Marcello, vengono accolti dalla banda musicale e subito il sindaco imbastisce un discorso celebrando il primo rifugio sorto in Toscana. Sì, perchè era convinzione (all’ epoca e di tutti) che il Lago Scaffaiolo fosse toscano, in territorio pistoiese; la folla si raduna sulla piazza principale e, ascoltato il sindaco, si gode lo spettacolo dei fuochi artificiali. Ritirati gli ospiti nelle loro camere, gli stessi saranno svegliati la mattina dopo alle 2 grazie alle trombe della banda che, sotto le finestre dell’ Albergo della Posta suonano la sveglia. Dopo prima delle 3, la comitiva quindi lascia San Marcello Pistoiese ed inizia la lunga e faticosa ascensione, fino a vedere lo spettacolo, così scrive Fra Fazio, “ della linea imponente delle montagne che chiudono le antiche provincie toscane”.

Il rifugio al Lago Scaffaiolo come appare oggi (Foto Fabrizio Borgognoni)
La lunga camminata inizia a farsi sentire: il passo diventa meno veloce, il sudore inizia a scendere, le fiaschette che contengono caffè, vino, acqua, cognac vengono svuotate. L’ascensione è condotta da una Guida– nel 1878 era impensabile non avere una Guida a capo del gruppo- e ad essa si rivolgono i meno esperti : ”C’è ancora molto per arrivare al Lago?”.
E poi, finalmente, si arriva al Lago, affollato di alpinisti e di abitanti dei paesi vicini vestiti con i loro abiti ricercati, e troviamo anche qualche dama intrepida che da Cutigliano è arrivata fino quassù. Ci sono tre bande musicali: la banda di Cutigliano, quella di Fanano, ed una fanfara costituita apposta per l’occasione che arriva da San Marcello Pistoiese.
Troviamo anche somari sellati che hanno portato in cima gli alpinisti più comodi e di poca gamba, autorità che a vario titolo riempiono la giornata con discorsi solenni in attesa di rifocillarsi nella trattoria economica allestita nel rifugio. Terminati i discorsi e a pancia piena, si scende verso valle, questa volta in direzione di Cutigliano: così Fra Fazio racconta la strada “si chiama strada tanto per fare, giacchè non è altro che un viottolo tortuoso, ripido, ingrombo di massi, che segue talvolta il corso dei torrenti, è oltremodo pittoresca; ci sono delle situazioni, dei panorami di montagna e di vallate che non hanno riscontro altro che nella Svizzera, il paese pittoresco per eccellenza”.
Il rapido declino
Ma il rifugio non avrà fortuna: l’assenza di un custode, lascia il bivacco alla mercè di chiunque. La porta, benchè chiusa a chiave, è facilmente apribile con una spallata: vandali e sciacalli spoglieranno completamente il rifugio di arredi, serramenti e legna.
Anche i freddi inverni fecero la loro parte: il Lago Scaffaiolo si trova a quasi 1.800 metri di quota, in un punto d’Appennino dove si scontrano le correnti umide del Tirreno e quelle fredde della Pianura Padana. Senza manutenzione costante, le infiltrazioni d’acqua, il gelo e il peso della neve distrussero la copertura.
Nel 1881, a soli tre anni dall’ inaugurazione, il rifugio è già in rovina: per salvare il salvabile, quel che restava venne parzialmente coperto per ricavarne un rudimentale locale di servizio, finché il CAI non decise che l’esperimento andava ripetuto, ma con criteri del tutto nuovi….
-Fine prima parte-
Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello
#PiediStanchieCuoreFelice
Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo Archivio La Musola (foto 1 e 3).
© Copyright Maggio 2022 – Fabrizio Borgognoni
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