Il secondo rifugio al Lago Scaffaiolo (1901-1905)

Dove eravamo rimasti…

Il primo rifugio costruito  al Lago Scaffaiolo nel 1878, nonostante l’inaugurazione solenne e il concorso di tanta gente, nel 1881 è già in rovina: vandalismi e distruzioni ne segnano ben presto la fine.

La storia continua

Dopo un’escursione al Lago nel 1899, il signor Oreste Mazzoni-socio CAI- scrive una lettera diretta al Presidente di sezione lamentando che un rifugio, soprattutto in considerazione della giornata di brutto tempo incontrata, sarebbe oltremodo importante. Nella lettera il Mazzoni esprime la sua volontà, o meglio il desiderio, di ricostruire quel rifugio, ma ricostruito in modo che né le intemperie né gli atti vandalici possano farne scempio.

C’è però un problema che ferma la buona volontà del Mazzoni: la spesa dei materiali e della manodopera stimata in 1200 lire. Non scoraggiandosi, Oreste Mazzoni scrive a varie sezioni CAI, per spiegare la sua idea e chiedendo un aiuto economico.  Alla fine, il costo totale sarà di 2.317,57 lire di cui 2.060,60 raccolte dalle sezioni CAI, dagli enti e dalle offerte private tra villeggianti: al povero Mazzoni toccò anche ripianare il “buco” di 256,97 lire!

Già nell’ estate del 1901, il rifugio è pressochè pronto con l’ inaugurazione prevista per il 20 settembre : è costruito in pietra e calce con soffitti a volta, senza l’utilizzo di legname affinchè “possa sfidare le ire degli elementi celesti ed umani che fecero scempio della vecchia capanna”.

Ma verrà inaugurato solo un anno più tardi, il 23 agosto 1902: con una lettera datata 18 settembre 1901, infatti, si segnala che vista “l’insistenza del brutto tempo che, oltre ad aver impedito il compimento della costruzione del rifugio al Lago Scaffaiolo, sconsiglia ora una gita al lago stesso, l’ inaugurazione del ricovero viene rimandata al principio dell’ estate dell’anno venturo in giorno da determinarsi”. Nonostante il tempo non proprio clemente, il giorno dell’ inaugurazione si trovano sulle sponde del lago circa 500 persone: autorità arrivate da Cutigliano, valligiani, pastori e anche villeggianti arrivati addirittura da Pracchia e dall’ Abetone.

Non manca neanche la banda, sempre da Cutigliano, per intrattenere allegramente gli invitati e alle 10, come in tutte le inaugurazioni che si rispettino, una bottiglia di “champagne” viene infranta contro la parete del rifugio tra applausi ed evviva. Il tempo diventa sempre più inclemente, tanto che, terminato il banchetto, gli invitati scendono direttamente a valle invece che continuare (come era stato previsto) la giornata con altre escursioni nella zona.

Il rifugio del Lago Scaffaiolo viene intitolato al Duca degli Abruzzi e questa non fu una scelta casuale: in quegli anni, il Duca era il simbolo indiscusso dell’alpinismo italiano e il presidente onorario di diverse sezioni del Club Alpino Italiano (CAI). Dedicargli una struttura così innovativa e robusta sull’Appennino Tosco-Emiliano significava omaggiare l’uomo che stava portando il nome dell’Italia sulle vette e sui ghiacci più inviolabili del pianeta.

Il Rifugio nel 1902

Il rifugio inaugurato nel 1902  ha il corpo principale di metri 8X4,20 (misure esterne) ed è alto 6 metri. Come detto non ha travi in legno, materiale poco adatto ad ospiti poco scrupolosi. Il tetto era sostenuto da volte in pietra, con muri massicci per reggere la spinta.

Nel corpo principale erano stati ricavati due piani collegati da una scaletta in legno fissa alla parete. Al piano inferiore c’era l’ingresso, che serviva anche da cucina, il dormitorio per le guide (e i mulattieri) e la dispensa. Nella parte superiore, invece, c’era il dormitorio per le comitive. L’arredamento era composto da pochi pezzi: una tavola, tre panche mobili, posate e stoviglie.

Dormire al Rifugio Scaffaiolo nel 1902: Un’avventura d’altri tempi

Oggi siamo abituati a rifugi moderni, dotati di riscaldamento, Wi-Fi e letti comodi. Ma cosa significava passare una notte nel Rifugio Duca degli Abruzzi nel 1902? Significava vivere un’esperienza spartana, dominata dalla pietra, dal freddo e dal senso di totale isolamento.

L’arrivo e l’accoglienza “alla buona”

Dopo ore di cammino lungo i sentieri d’Appennino, spesso accompagnati da guide locali o mulattieri che trasportavano i bagagli, i viaggiatori venivano accolti da una struttura massiccia e severa.

Varcata la porta d’ingresso, ci si ritrovava in un unico ambiente al piano terra che fungeva da cucina e dispensa. Qui non c’erano stufe moderne: ci si scaldava attorno a un focolare essenziale, dove si preparavano cibi caldi e semplici. L’arredamento era ridotto all’osso: una tavola, tre panche mobili, qualche posata e le stoviglie di rito. In un angolo del piano terra, separati da una semplice parete o sistemati alla meglio, dormivano i mulattieri e le guide, custodi instancabili della montagna.

Una notte sotto le volte di pietra

Per dormire, le comitive di escursionisti dovevano arrampicarsi su per una scaletta in legno fissa alla parete, che conduceva al piano superiore.

  • Niente legno, niente sprechi: La prima cosa che saltava all’occhio (e che si percepiva sulla pelle) era la totale assenza di travi in legno sul soffitto. Il tetto era sorretto da imponenti volte in pietra. Questa scelta costruttiva, decisamente insolita, era stata pensata per proteggere il rifugio da “ospiti poco scrupolosi” che, nei mesi invernali di abbandono, avrebbero potuto bruciare le travi per scaldarsi.
  • Il dormitorio comune: Il piano superiore era un unico grande camerone dove ci si stringeva l’un l’altro su pagliericci o tavolati. Non esistevano camere private o comfort moderni: ci si coricava vestiti, avvolti in pesanti coperte di lana grezza, mentre il vento d’alta quota sferzava i massicci muri esterni.

Il fascino dell’essenziale

Andare a dormire al Lago Scaffaiolo ai primi del Novecento era una vera e propria prova di adattamento. L’aria era umida, il profumo era quello della pietra viva e del fumo di legna, e il silenzio della notte era rotto solo dal respiro dei compagni di viaggio.

Eppure, svegliarsi all’alba, scendere la scaletta di legno, uscire sulla riva del lago nebbioso e guardare il crinale illuminato dal primo sole ripagava ogni singola scomodità. Era il vero spirito dell’alpinismo pionieristico.

E cosa si mangiava al Rifugio?

A inizio Novecento, nei rifugi appenninici come il Duca degli Abruzzi, non esisteva un servizio di ristorazione come lo intendiamo oggi. La dispensa del rifugio conteneva solo beni di prima necessità non deperibili, e l’esperienza culinaria era legata a una combinazione di ciò che gli escursionisti portavano nello zaino e di ciò che le guide caricavano sui muli.

Se fossimo saliti al Duca degli Abruzzi nei primi anni del Novecento, avremmo trovato:

I comfort caldi del focolare

La cucina del rifugio serviva principalmente a preparare cibi caldi, fondamentali per ritemprare il corpo dopo ore di cammino al vento del crinale:

  • Polenta: Il piatto forte della montagna. Facile da trasportare sotto forma di farina di granoturco, veniva cotta nel paiolo sul fuoco e condita, nei casi più fortunati, con un po’ di formaggio locale o sugo di cacciagione portati da valle.
  • Zuppe e minestre: Brodi semplici fatti con verdure essiccate, legumi (fagioli o ceci) e lardo per dare calorie e sostanza.
  • Caffè d’orzo o cicoria: Una bevanda calda e corroborante, spesso corretta con un goccio di grappa o acquavite per combattere il freddo prima di andare a dormire.

Le provviste da viaggio (Al sacco)

Ogni alpinista o guida portava con sé alimenti ad altissimo valore energetico, capaci di conservarsi per giorni nello zaino:

  • Pane nero o gallette: Pane di segale o d’orzo, spesso raffermo o cotto due volte (biscottato) per durare a lungo senza fare muffa. Veniva bagnato nella minestra per ammorbidirlo.
  • Salumi e insaccati: Salame, prosciutto teso o lardo della tradizione tosco-emiliana. Erano perfetti perché ricchi di sale e grassi, ideali per lo sforzo fisico.
  • Formaggi stagionati: Formaggi pecorini o vaccini d’alpeggio, duri e saporiti, facili da tagliare a coltello sul tavolo di legno del rifugio

Da bere

L’acqua veniva attinta direttamente dalle sorgenti vicine o dal lago (previa bollitura se usata per cucinare). Per il resto, non mancava mai un fiasco di vino rosso robusto, portato a dorso di mulo, che serviva a fare allegria tra la comitiva sulle panche della cucina e a scaldare l’atmosfera prima di salire nel dormitorio di pietra.

Il declino e l’abbandono

Nonostante i buoni auspici, anche il secondo rifugio avrà vita breve e tribolata: nel 1905 è ormai in rovina, pare anche questa volta  vittima dei vandalismi dei pastori e anche dei villeggianti, le finestre e la porta sono state scassinate: le intemperie, soprattutto a queste altezze, hanno vita facile a rovinare.

Foto Archivio La Musola

Il rifugio sta inesorabilmente crollando, quando la sezione CAI di Bologna…

 

-Fine seconda parte-

 

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

 

 

#PiediStanchieCuoreFelice

Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo Archivio La Musola (foto 1).

 © Copyright  Giugno  2022 – Fabrizio Borgognoni

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