Fanano

Il quarto rifugio al Lago Scaffaiolo (1925)

La Prima Guerra Mondiale è finita, i collegamenti automobilistici collettivi ma soprattutto individuali stanno crescendo, l’ Appennino aumenta la clientela fatta di turisti e villeggianti; in inverno lo sci si sta diffondendo in maniera esponenziale e la sezione CAI di Bologna non ha abbandonato l’idea  di una casetta in riva al lago.

L’occasione per decidere di costruire ex novo il Rifugio, più grande, più confortevole, ma sempre in prossimità del Lago Scaffaiolo, è data dal Cinquantenario della Sezione (1875-1925): l’occasione giustifica la richiesta di un contributo straordinario ad enti cittadini e privati che non viene rifiutato. Nelle intenzioni, il Rifugio deve resistere alle intemperie dell’alta montagna ma deve anche avere caratteristiche moderne, che pur non essendo un Albergo, dovrà essere adatto al turismo estivo ed invernale.

Il costo preventivato per la costruzione è di 60.000 lire, e questi fondi vengono reperiti in poco tempo,tanto che il nuovo Rifugio può essere inaugurato il 26 giugno 1926, presenti un migliaio di alpinisti, arrivati dalla Toscana e dall’ Emilia.

L’inaugurazione è anche l’occasione per scoprire due lapidi: la prima dedicata ai caduti dei CAI e della SUCAI, che hanno sacrificato la vita in guerra; e la seconda lapide dedicata al Professor Gualtiero Zanetti,educatore  e maestro.

E veniamo al Rifugio, progettato dall’Ing. Donzelli, grande metri 8,60×12 con tetto in cemento armato con protezione in catrame.Al piano terra c’è l’ingresso e due locali, uno dei quali sempre aperto a disposizione del pubblico; al piano superiore ci sono quattro ambienti: una sala da ritrovo, la sala da pranzo, guardaroba e ripostiglio. Al piano ancora superiore ci sono 3 ambienti con cuccette per ospitare dieci persone ed una camera con quattro brande: a pieno regime, si possono ospitare ben 34 persone!

Il CAI, sempre in occasione delle celebrazioni per il Cinquantesimo,  stampa anche un opuscolo commemorativo e da questo veniamo a conoscenza che il Rifugio costò bel oltre le 60.000 lire: si legge che il costo fu di ben 128.951,50 lire (ma probabilmente in questa cifra è compresa anche la manutenzione dell’edificio per i primi cinque anni), recuperati dalla sottoscrizione tra i soci, dal Consiglio di Bologna della SUCAI,dal  Ministero dell’ Interno, dal Comune e dalla Provincia di Bologna e anche dal Comune di Porretta Terme.

A differenza dei precedenti, il quarto Rifugio ha un’esistenza di ben diciotto anni: questo grazie alla costruzione fatta da persone di mestiere, ma soprattutto grazie alla custodia continua prima di Raffaele Pasquali e poi di Alberto Gentilini (una sorta di rifugisti ante litteram). I visitatori aumentano di anno in anno, soprattutto da quando è stata aperta la Strada Carrozzabile Vidiciatico-Madonna dell’ Acero (nel 1933) e poi prolungata fino al Cavone: adesso per arrivare da Bologna al Lago Scaffaiolo servono poco più di tre ore e non più i due giorni che occorsero a chi ha partecipato all’ inaugurazione del primo Rifugio!

Ma poi, ancora una volta, succede qualcosa che sconvolge la vita di tutti: la Seconda Guerra Mondiale e lo sbando successivo.

La via dei crinale serve agli ex prigionieri per arrivare a Livorno e il Rifugio diviene il loro punto d’appoggio. Ma non sarà solo predato dai fuggitivi: il Comando delle SS di stanza all’ Abetone, venuto a conoscenza del Rifugio lo deprederà di materassi ed utensili, tanto che il 16 novembre 1943, il presidente della Sezione informa la Reggenza CAI che il 03 novembre il Rifugio è stato dato alle fiamme ad opera di militari germanici e il custode, Alberto Gentilini di Porretta, è stato trattenuto al Comando Tedesco dell’ Abetone. Nel rifugio non è stato salvato nulla, se non i muri. Il buon Gentilini se la caverà per miracolo, e i resti del Rifugio preda da sciacalli.

E oggi? Il Rifugio Duca degli Abruzzi oggi è un bel Rifugio sempre con vista lago, utilizzato in tutte le stagioni da turisti, escursionisti. Gestito da Antonio Tabanelli, meta, oggi come allora, di tanti escursionisti attratti dal crinale, dalla vista e..dalla cucina montanara del rifugio!

 

Testo Fabrizio Borgognoni

Foto La Musola nro 8-Fabrizio Borgognoni

 

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Il terzo rifugio al Lago Scaffaiolo (1911)

E così, siamo ormai nel 1905, anche il secondo rifugio al Lago Scaffaiolo sta lentamente crollando, ha subito ruberie e saccheggi.

Il mondo però nel 1905 è assai cambiato rispetto al mondo che aveva visto, nel 1878, la nascita del primo rifugio presso il Lago: gli escursionisti si muovono ancora per la maggioranza in treno, anche se iniziano a farsi vedere le prime traballanti auto-corriere sulla tratta Pracchia-Pievepelago (assolutamente sconsigliate ai deboli di stomaco, quei tornanti dell’ Abetone!), ma soprattutto nei primi anni del secolo è stata aperta la grande strada dell’ Alto Crinale, la Porretta- Lizzano-Fanano-Sestola-Pievepelago a collegare la strada Porrettana alla Via Giardini. Diventa quindi più facile raggiungere il Lago da Vidiciatico, che insieme con Lizzano, sta diventano mèta turistica ricercata e alla moda. I Bolognesi, ma non solo, iniziano così a scoprire la montagna, che diventa luogo non solo per pochi “esaltati” che andavano in cima ad un monte, ma diventa un luogo di turismo, diremmo oggi, “di massa”.
E’ in questo nuovo clima di fermento, che gli alpinisti bolognesi tornano ad interessarsi al Lago Scaffaiolo, e soprattutto al rifugio, decidendo non di costruire un nuovo rifugio ma di ricostruire in maniera radicale quello già esistente.
La decisione fu presa dall’ Assemblea dei Soci del 02 febbraio 1911, stanziando una congrua cifra in bilancio e sottoscrivendo un contributo individuale di 10 lire per socio.
Incaricato dei lavori fu il socio CAI Ettore Bortolotti, stimato professore all’Università di Modena, che nei mesi estivi soggiornava a Lizzano Pistoiese, il paese più vicino al Lago, e che quindi avrebbe potuto sorvegliare meglio i lavori. Nell’assemblea si decise, inoltre, di completare e restaurare il fabbricato esistente, di sorvegliarlo per impedire la distruzione da parte degli elementi naturali e degli uomini.
Le opere furono molte, a partire dai muri: il Rifugio aveva muri costruiti a secco ma ripieni di materiale friabile e poroso che a diretto contatto con il terreno faceva filtrare umidità che si spandeva per tutto l’edificio; addirittura la mal regolata pendenza del suolo faceva sì che le acque piovane erano scolate entro la porta del rifugio. Si dovette quindi isolare il rifugio regolando il displuvio delle acque. Lungo il fianco si costruì un robusto muro a secco, stuccato a calce; davanti alla facciata si mise un piastronato per far sì che lo spiazzo resti asciutto e pulito.
Tutti i muri che presentavano lesioni furono demoliti e rifatti: si stuccò ogni fessura delle pareti.
Il dormitorio posto al piano superiore presentava un pavimento ancora in discrete condizioni ma fu comunque accuratamente ristrutturato chiudendo le fessure con cemento; mentre il pavimento del piano inferiore fu completamente rifatto. Il pavimento della cucina fu reso impermeabile grazie ad un vespaio profondo 25 cm a cui si sovrapposto uno strato di 5 cm di cemento misto a ghiaia e sopra un’ulteriore rifinitura sempre in cemento. Questo faceva sì che il rifugio fosse sano ed asciutto in qualsiasi stagione.
Ristrutturato l’ interno, bisognava pensare anche all’ esterno. Nel precedente rifugio, entrambi gli ingressi erano rivolti a nord e questo faceva sì che le nevicate ostruissero le entrate, poiché la neve era portata contro la porta formando una vera e propria “trincea” ancora alta anche a maggio. Così di fatto, in inverno il rifugio diventava inservibile anche a chi ne avrebbe avuto bisogno; ma nelle altre stagioni era preda di vandali, questo perchè sia la porta che le imposte erano apribili dall’esterno.
Il rifugio precedente, inoltre, non era custodito: nessuno si era preso cura di sorvegliare l’edificio, non il CAI di Firenze, non il Comune di Cutigliano. Non può stupire quindi, se ancora prima di essere terminato, il secondo rifugio era già stato devastato e bruciato ed asportate le imposte e le poche suppellettili presenti all’ interno. Per evitare un simile scempio, nel terzo rifugio fu eliminata un’entrata, chiusa con un muro a calce. Dall’unica entrata rimasta si accedeva ad una stanza ad uso del pubblico e si accedeva alla cucina tramite una porta anche essa foderata in lamiera, munita di serratura e due catenacci oltre che da una grossa spranga di ferro che da un capo si fissava ad un occhiello fisso al pavimento: la grande novità era che la spranga si poteva togliere solo dall’ interno.
La cucina comunicava con il piano superiore tramite una scala mobile ed una botola, chiusa dal di sopra con una robusta spranga di ferro: in questo modo,chiuse le due porte,ritirata la scala e chiusa la botola nessuno poteva entrare nel rifugio se non dalla finestra del piano superiore,anch’essa però dotata di robusta (almeno per l’epoca) inferriata.
Rispetto ai rifugi precedenti, il terzo rifugio è dotato anche di un certo arredamento:una stufa, un tavolo, due panche e sei sgabelli, oltre a un paiolo, una padella,stoviglie, piatti e posate ed una intera batteria da cucina in ferro smaltato. Nel dormitorio c’è un tavolaccio con su quattro pagliericci e 12 panni in lana per poter così ospitare sei persone. Nella cameretta presso la cantina c’è la possibilità di mettere una branda, nel caso in cui una Signora (siamo pur sempre agli inizi del Novecento) volesse pernottare al Rifugio.
I lavori iniziarono il 4 agosto e furono collaudati il 3 settembre; il rifugio fu inaugurato il 17 settembre 1911:non vi fu una vera cerimonia, intervennero solo un centinaio di soci della Sezione di Bologna, una comitiva di soci da Firenze, un rappresentante del Comune di Bologna e molti valligiani.

Inizia quindi la terza vita del Rifugio, e i primi anni tutto fila liscio, con il Rifugio perfettamente efficiente.
Ma poi succede qualcosa che sconvolge le rive del lago: gli alpinisti bolognesi, i montanari, partono per luoghi lontani e molti non torneranno: è la Prima Guerra Mondiale.
Il Rifugio è quindi dinuovo abbandonato:le suppellettili, i materassi, sono cose appetibili; il resto lo fa il gelo e la tormenta dell’ inverno: nel 1922 il terzo Rifugio è solo un mucchio di rovine pericolanti. Ma nel 1925….

-Fine terza parte-

Testo Fabrizio Borgognoni

La cronaca di una gita d’altri tempi: Il Resto del Carlino “Una gita al Lago Scaffaiolo”-1912
E una gita alla conquista del Corno alle Scale nel 1910: Nuter nro 2-1990- a cura di Francesco Berti Arnoaldi Veli

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Storia e fole al Lago Scaffaiolo

Il Lago Scaffaiolo ha sempre affascinato, ma soprattutto ha sempre attirato la curiosità di chiunque ne senta parlare, forse per il fatto di trovarsi in un ambiente così diverso da quello a cui siamo abituati quando parliamo di lago. Un lago che, privo di pesci e di vegetazione intorno, ha incuriosito i naturalisti; vista l’altitudine a cui si trova e in quel clima così inospitale ha scatenato fantasia e mito delle popolazioni montanare.

Il lago, contrariamente ad un’opinione diffusa, è completamente in territorio modenese perchè il confine con la provincia di Bologna è al Passo dei Tre Termini che segna appunto il confine tra le province di Modena, Bologna e Pistoia: passo conosciutissimo nell’ antichità perchè di qui passava una delle più antiche strade che collegava Pistoia con Modena attraverso Ospitale e Fanano. Questa strada è stata determinante affinchè anche il Lago fosse conosciuto: una delle prime relazioni su questo lago è datata 1398 ad opera del Boccaccio che ne parla nel “De montibus, silvis, fontibus et fluminibus”. Boccaccio non è mai stato qui, ma riporta solo credenze popolari-il lago come artefice di cambiamenti del tempo, dal sole alla bufera in pochi attimi- spacciate per osservazioni scientifiche; ma d’altronde come avrebbe fatto a venire fino quassù? Per noi è facile arrivare al Lago Scaffaiolo, con scarponcini di goretex e zaino anatomico, vestiti con tessuti tecnici. Ma provate a pensare a quando tutto questo non c’era: i vestiti di fustagno o di feltro, come pure le scarpe, mantelli per ripararsi dalla pioggia e dal vento. Per arrivare al Lago a noi escursionisti moderni bastano quaranta minuti partendo dal Cavone (dove siamo arrivati in macchina); per i nostri montanari del tempo che fu, bisognava partire da Bologna almeno 2 giorni prima, percorrendo tutta la valle del Reno a piedi ( o a dorso di mulo, se si è ricchi), fermandosi a dormire alla Carbona la prima notte e la seconda notte all’ ospitale di Corvella ( fraz di Alto Reno Terme) dopo aver camminato tutto il giorno. Credetemi: il terzo giorno, in quelle condizioni, tutti noi saremo propensi a credere a presenze misteriose, a castighi della Natura, a fenomeni paranormali.

Il Lago Scaffaiolo diviene così il protagonista di storie, di fole, sempre nuove che si aggiungono alle vecchie, tramandate di voce in voce: due in modo particolare sono quelle più conosciute. La prima fola vuole che il lago non sia misurabile perchè di profondità abissale, collegato con un canale sotterraneo direttamente al mare; la seconda fola suggerisce di non lanciare sassi nel Lago perchè questo gesto avrebbe disturbato gli spiriti maligni che abitano le profondità del Lago dando vita a tempeste, fitte nebbie e grandi boati a riempire l’aria nonché alla fuoriuscita delle acque dal Lago. La frana del gennaio 1814 che distrusse completamente Lizzano Pistoiese si dice sia stata causata dagli spiriti del Lago Scaffaiolo,  inopportunamente disturbati dall’uomo. O forse, la frana fu causata dalle continue piogge che si abbatteremo sul paese da maggio a dicembre 1813. Scegliete voi la versione che vi piace di più.

Dobbiamo aspettare il 1789, quando il professor Spallanzani osservò scientificamente il Lago e mise fine a queste credenze: scandagliò i fondali e determinò che la profondità massima non raggiungeva i due metri e mezzo. Anche la seconda leggenda venne smentita grazie a numerosi lanci di sassi nel Lago. E se siete curiosi, vi dico che il cambiamento del tempo è dovuto agli scontri di correnti frequenti sul crinale.

L’escursionista che arriva oggi al lago si chiede, però, da dove arriva l’acqua del Lago visto che non ci sono immissari apparenti: una fola fantasiosa spiega che l’acqua arriva dalla cima del Corno. Direi che l’ipotesi è da scartare: il Corno è troppo lontano e separato dal Lago da depressioni di crinale. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione che il lago venga alimentato solo dal modesto bacino imbrifero che in esso scola e che, data l’impermeabilità del terreno, viene convogliata nel Lago dove si conserva tutto l’anno.

E per quanto riguarda il nome, Scaffaiolo deriva da “caffa” o “scaffa”, termine con cui i montanari indicano un avvallamento o una conca ed è rimasto immutato da secoli.

Testo e foto Fabrizio Borgognoni

Consigli di lettura:

A. Vianelli: Leggende Bolognesi-Ed. Labanti&Nanni

L. Spallanzani: Viaggio nell’ Appennino Modenese e Reggiano-a cura di Pericle di Pietro

G. Tigri: Guida della Montagna Pistoiese (anno 1868)

G. Bortolotti: Guida del Lago Scaffaiolo e dell’alto crinale dall’Oppio all’ Abetone (anno 1950)

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Il secondo rifugio al Lago Scaffaiolo (1901-1905)

Dove eravamo rimasti…

Il primo rifugio costruito  al Lago Scaffaiolo nel 1878, nonostante l’inaugurazione solenne e il concorso di tanta gente, nel 1881 è già in rovina: vandalismi e distruzioni ne segnano ben presto la fine.

La storia continua

Dopo un’escursione al Lago nel 1899, il signor Oreste Mazzoni-socio CAI- scrive una lettera diretta al Presidente di sezione lamentando che un rifugio, soprattutto in considerazione della giornata di brutto tempo incontrata, sarebbe oltremodo importante. Nella lettera il Mazzoni esprime la sua volontà, o meglio il desiderio, di ricostruire quel rifugio, ma ricostruito in modo che né le intemperie né gli atti vandalici possano farne scempio.

C’è però un problema che ferma la buona volontà del Mazzoni: la spesa dei materiali e della manodopera stimata in 1200 lire. Non scoraggiandosi, Oreste Mazzoni scrive a varie sezioni CAI, per spiegare la sua idea e chiedendo un aiuto economico.  Alla fine, il costo totale sarà di 2.317,57 lire di cui 2.060,60 raccolte dalle sezioni CAI, dagli enti e dalle offerte private tra villeggianti: al povero Mazzoni toccò anche ripianare il “buco” di 256,97 lire!

Già nell’ estate del 1901, il rifugio è pressochè pronto con l’ inaugurazione prevista per il 20 settembre : è costruito in pietra e calce con soffitti a volta, senza l’utilizzo di legname affinchè “possa sfidare le ire degli elementi celesti ed umani che fecero scempio della vecchia capanna”.

Ma verrà inaugurato solo un anno più tardi, il 23 agosto 1902: con una lettera datata 18 settembre 1901, infatti, si segnala che vista “l’insistenza del brutto tempo che, oltre ad aver impedito il compimento della costruzione del rifugio al Lago Scaffaiolo, sconsiglia ora una gita al lago stesso, l’ inaugurazione del ricovero viene rimandata al principio dell’ estate dell’anno venturo in giorno da determinarsi”. Nonostante il tempo non proprio clemente, il giorno dell’ inaugurazione si trovano sulle sponde del lago circa 500 persone: autorità arrivate da Cutigliano, valligiani, pastori e anche villeggianti arrivati addirittura da Pracchia e dall’ Abetone.

Non manca neanche la banda, sempre da Cutigliano, per intrattenere allegramente gli invitati e alle 10, come in tutte le inaugurazioni che si rispettino, una bottiglia di “champagne” viene infranta contro la parete del rifugio tra applausi ed evviva. Il tempo diventa sempre più inclemente, tanto che, terminato il banchetto, gli invitati scendono direttamente a valle invece che continuare (come era stato previsto) la giornata con altre escursioni nella zona.

Il rifugio del Lago Scaffaiolo viene intitolato al Duca degli Abruzzi e questa non fu una scelta casuale: in quegli anni, il Duca era il simbolo indiscusso dell’alpinismo italiano e il presidente onorario di diverse sezioni del Club Alpino Italiano (CAI). Dedicargli una struttura così innovativa e robusta sull’Appennino Tosco-Emiliano significava omaggiare l’uomo che stava portando il nome dell’Italia sulle vette e sui ghiacci più inviolabili del pianeta.

Il Rifugio nel 1902

Il rifugio inaugurato nel 1902  ha il corpo principale di metri 8X4,20 (misure esterne) ed è alto 6 metri. Come detto non ha travi in legno, materiale poco adatto ad ospiti poco scrupolosi. Il tetto era sostenuto da volte in pietra, con muri massicci per reggere la spinta.

Nel corpo principale erano stati ricavati due piani collegati da una scaletta in legno fissa alla parete. Al piano inferiore c’era l’ingresso, che serviva anche da cucina, il dormitorio per le guide (e i mulattieri) e la dispensa. Nella parte superiore, invece, c’era il dormitorio per le comitive. L’arredamento era composto da pochi pezzi: una tavola, tre panche mobili, posate e stoviglie.

Dormire al Rifugio Scaffaiolo nel 1902: Un’avventura d’altri tempi

Oggi siamo abituati a rifugi moderni, dotati di riscaldamento, Wi-Fi e letti comodi. Ma cosa significava passare una notte nel Rifugio Duca degli Abruzzi nel 1902? Significava vivere un’esperienza spartana, dominata dalla pietra, dal freddo e dal senso di totale isolamento.

L’arrivo e l’accoglienza “alla buona”

Dopo ore di cammino lungo i sentieri d’Appennino, spesso accompagnati da guide locali o mulattieri che trasportavano i bagagli, i viaggiatori venivano accolti da una struttura massiccia e severa.

Varcata la porta d’ingresso, ci si ritrovava in un unico ambiente al piano terra che fungeva da cucina e dispensa. Qui non c’erano stufe moderne: ci si scaldava attorno a un focolare essenziale, dove si preparavano cibi caldi e semplici. L’arredamento era ridotto all’osso: una tavola, tre panche mobili, qualche posata e le stoviglie di rito. In un angolo del piano terra, separati da una semplice parete o sistemati alla meglio, dormivano i mulattieri e le guide, custodi instancabili della montagna.

Una notte sotto le volte di pietra

Per dormire, le comitive di escursionisti dovevano arrampicarsi su per una scaletta in legno fissa alla parete, che conduceva al piano superiore.

  • Niente legno, niente sprechi: La prima cosa che saltava all’occhio (e che si percepiva sulla pelle) era la totale assenza di travi in legno sul soffitto. Il tetto era sorretto da imponenti volte in pietra. Questa scelta costruttiva, decisamente insolita, era stata pensata per proteggere il rifugio da “ospiti poco scrupolosi” che, nei mesi invernali di abbandono, avrebbero potuto bruciare le travi per scaldarsi.
  • Il dormitorio comune: Il piano superiore era un unico grande camerone dove ci si stringeva l’un l’altro su pagliericci o tavolati. Non esistevano camere private o comfort moderni: ci si coricava vestiti, avvolti in pesanti coperte di lana grezza, mentre il vento d’alta quota sferzava i massicci muri esterni.

Il fascino dell’essenziale

Andare a dormire al Lago Scaffaiolo ai primi del Novecento era una vera e propria prova di adattamento. L’aria era umida, il profumo era quello della pietra viva e del fumo di legna, e il silenzio della notte era rotto solo dal respiro dei compagni di viaggio.

Eppure, svegliarsi all’alba, scendere la scaletta di legno, uscire sulla riva del lago nebbioso e guardare il crinale illuminato dal primo sole ripagava ogni singola scomodità. Era il vero spirito dell’alpinismo pionieristico.

E cosa si mangiava al Rifugio?

A inizio Novecento, nei rifugi appenninici come il Duca degli Abruzzi, non esisteva un servizio di ristorazione come lo intendiamo oggi. La dispensa del rifugio conteneva solo beni di prima necessità non deperibili, e l’esperienza culinaria era legata a una combinazione di ciò che gli escursionisti portavano nello zaino e di ciò che le guide caricavano sui muli.

Se fossimo saliti al Duca degli Abruzzi nei primi anni del Novecento, avremmo trovato:

I comfort caldi del focolare

La cucina del rifugio serviva principalmente a preparare cibi caldi, fondamentali per ritemprare il corpo dopo ore di cammino al vento del crinale:

  • Polenta: Il piatto forte della montagna. Facile da trasportare sotto forma di farina di granoturco, veniva cotta nel paiolo sul fuoco e condita, nei casi più fortunati, con un po’ di formaggio locale o sugo di cacciagione portati da valle.
  • Zuppe e minestre: Brodi semplici fatti con verdure essiccate, legumi (fagioli o ceci) e lardo per dare calorie e sostanza.
  • Caffè d’orzo o cicoria: Una bevanda calda e corroborante, spesso corretta con un goccio di grappa o acquavite per combattere il freddo prima di andare a dormire.

Le provviste da viaggio (Al sacco)

Ogni alpinista o guida portava con sé alimenti ad altissimo valore energetico, capaci di conservarsi per giorni nello zaino:

  • Pane nero o gallette: Pane di segale o d’orzo, spesso raffermo o cotto due volte (biscottato) per durare a lungo senza fare muffa. Veniva bagnato nella minestra per ammorbidirlo.
  • Salumi e insaccati: Salame, prosciutto teso o lardo della tradizione tosco-emiliana. Erano perfetti perché ricchi di sale e grassi, ideali per lo sforzo fisico.
  • Formaggi stagionati: Formaggi pecorini o vaccini d’alpeggio, duri e saporiti, facili da tagliare a coltello sul tavolo di legno del rifugio

Da bere

L’acqua veniva attinta direttamente dalle sorgenti vicine o dal lago (previa bollitura se usata per cucinare). Per il resto, non mancava mai un fiasco di vino rosso robusto, portato a dorso di mulo, che serviva a fare allegria tra la comitiva sulle panche della cucina e a scaldare l’atmosfera prima di salire nel dormitorio di pietra.

Il declino e l’abbandono

Nonostante i buoni auspici, anche il secondo rifugio avrà vita breve e tribolata: nel 1905 è ormai in rovina, pare anche questa volta  vittima dei vandalismi dei pastori e anche dei villeggianti, le finestre e la porta sono state scassinate: le intemperie, soprattutto a queste altezze, hanno vita facile a rovinare.

Foto Archivio La Musola

Il rifugio sta inesorabilmente crollando, quando la sezione CAI di Bologna…

 

-Fine seconda parte-

 

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

 

 

#PiediStanchieCuoreFelice

Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo Archivio La Musola (foto 1).

 © Copyright  Giugno  2022 – Fabrizio Borgognoni

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Il primo rifugio al Lago Scaffaiolo (1878-1881)

Un luogo tra mito e geografia

E’ il luogo simbolo per chi ama camminare, escursionisti o gitanti della domenica alla ricerca del fresco. E’ un luogo ricco di leggende, storie e curiosità. Da buon montanaro (orgoglioso di esserlo) è uno dei miei luoghi del cuore: il rifugio al Lago Scaffaiolo o, per essere precisi, il Rifugio Duca degli Abruzzi.

La storia del Rifugio Duca degli Abruzzi al Lago Scaffaiolo è straordinaria: si tratta del primo rifugio in assoluto costruito sull’intero Appennino (inaugurato nel lontano 1878) ed è una struttura che è letteralmente “risorta” ben quattro volte a causa delle condizioni meteo estreme del crinale e degli eventi storici.

Un po’ di storia

Per comprendere l’importanza storica del Rifugio “Duca degli Abruzzi”, è necessario calarsi nel contesto geografico e mitologico del luogo che lo ospita: il Lago Scaffaiolo. Situato a un’altitudine di 1.794 metri sul livello del mare, quasi esattamente sul confine geopolitico tra l’Emilia-Romagna (Comune di Fanano, Modena) e la Toscana (Pistoia), lo Scaffaiolo non è un lago comune. È uno specchio d’acqua alpino incastonato in un crinale nudo, privo di alberi e battuto costantemente dai venti, la cui alimentazione non dipende da emissari visibili ma principalmente dalle acque piovane, dallo scioglimento delle nevi e da sorgenti sotterranee.

Questa sua natura solitaria e apparentemente inspiegabile ha alimentato nei secoli una fitta rete di leggende. Persino Giovanni Boccaccio, nel suo trattato geografico De Fluminibus, e successivamente Franco Sacchetti nelle sue Trecentonovelle, ne parlarono con timore reverenziale, descrivendolo come un gorgo infernale capace di scatenare tempeste spaventose di grandine, vento e fulmini se vi si gettava una pietra all’interno. Nel XIX secolo, con la nascita dell’alpinismo moderno e della cultura scientifico-escursionistica, il timore lasciò il passo alla fascinazione. Il crinale appenninico divenne terreno di esplorazione e la necessità di un punto d’appoggio per scienziati, topografi e primi camminatori divenne prioritaria.

Ma di rifugi al Lago Scaffaiolo ne sono stati costruiti addirittura quattro con fortuna e vicende alterne: questo racconto è dedicato al primo Rifugio, quando agli albori dell’escursionismo si decise di costruire un ricovero sulle sponde del Lago.

Si deve alla sezione CAI di Firenze, l’idea e la costruzione del primo, storico rifugio, anzi ricovero: ricovero che fu il primo rifugio dell’ Appennino Tosco-emiliano e venne inaugurato nel 1878, quando l’ Italia è ormai unita da diciotto anni e il crinale non separa più tre stati diversi, come dimostrano ancora i cippi confinari che si possono trovare sul crinale. Costo’ ben 800 lire, a cui contribuirono le sezioni CAI di Firenze e Bologna (100 lire cadauno), la Sede Centrale dello stesso CAI (50 lire) e la sezione CAI di Auronzo (20 lire); le restanti 530 lire furono raccolte tra gli alpinisti fiorentini per pubblica sottoscrizione, promossa dal conte Tommaso Digny. Fu inaugurato, appunto, il 30 giugno 1878, con grande concorso di folla, alpinisti-nel 1878 salire sul monte era considerata un’ascensione-, villeggianti ed autorità: oltre 300 persone si ritrovarono sulle sponde del Lago.

Salire in quota: l’abbigliamento da montagna

A metà dell’ Ottocento, la montagna non era un luogo per tutti: a sfidare le vette erano principalmente aristocratici, scienziati ed esploratori britannici, accompagnati da guide locali. Questo perché le vette (o la montagna più in generale) non era un luogo di svago ma un territorio da esplorare: il privilegio di poter esplorare luoghi sconosciuti era riservato ad aristocratici e intellettuali (come Edward Whymper che scoprì le Alpi per sete d’avventura ma anche per passione romantica) oppure a scienziati (interessati alla botanica, alla glaciologia) accompagnati da guide alpine locali, uomini del posto (come le storiche guide di Courmayeur) che conoscevano il territorio ed accompagnavano i facoltosi clienti.

L’ abbigliamento maschile: Eleganza in Tweed e Lana

Per i signori dell’alta borghesia e dell’aristocrazia (gli unici che all’epoca potevano permettersi il “tempo libero” della montagna), l’abbigliamento da escursione era una derivazione diretta degli abiti da caccia o da campagna.

  • La Giacca e il Gilet: Si indossavano giacche robuste in tweed o in lana pesante (fustagno). Il gilet era immancabile, spesso dotato di numerose tasche per riporre l’orologio da taschino, la bussola e l’altimetro. I colori erano rigorosamente scuri o legati alla terra (marrone, grigio, verde scuro).
  • I Pantaloni: A metà Ottocento si usavano pantaloni lunghi in lana, ma iniziavano a diffondersi i primi pantaloni alla caviglia o i pantaloncini alla vandeana (i precursori dei pantaloni alla cordovana o alla nickerbocker), stretti sotto il ginocchio.
  • Le Calze e i Gambali: Sotto il ginocchio si indossavano pesanti calzettoni di lana fatti a mano. Per proteggersi dal fango, dai rovi e dalla neve, si applicavano i gamasci (ghette) in cuoio o in tela spessa.
  • I Cappelli: Nessun uomo sarebbe mai uscito di casa a capo scoperto. In montagna si usavano cappelli in feltro a tesa larga per proteggersi dal sole e dalla pioggia, oppure berretti in stile cacciatore.

L’ abbigliamento femminile: La Sfida dei Corsetti e delle Gonne

Per le donne, l’escursionismo a metà dell’Ottocento era una vera e propria prova di resistenza fisica, non tanto per la salita, quanto per le costrizioni imposte dalla moda dell’epoca. Le prime alpiniste e camminatrici compivano imprese straordinarie letteralmente “imprigionate” nei loro abiti.

  • Le Gonne Lunghe: Le donne dovevano indossare gonne lunghe fino alle caviglie, realizzate in tessuti pesanti come il panno di lana o il velluto. Queste gonne, muovendosi, accumulavano fango, si inzuppavano d’acqua e diventavano pesantissime. Alcune pioniere più audaci cucivano dei bottoni o dei sistemi di lacci all’interno della gonna per poterla “accorciare” temporaneamente durante i passaggi più impervi, ma solo lontano dagli sguardi indiscreti.
  • I Sotto-gonna: Sotto la gonna principale venivano indossate diverse sottogonne e, verso la fine del secolo, i primi pantaloni larghi da donna (i bloomers), che però venivano rigorosamente nascosti dalla gonna esterna per motivi di decoro.
  • Il Corsetto: Anche in alta quota, le donne non rinunciavano al corsetto rigido. Questo limitava drammaticamente la capacità polmonare e la flessibilità del busto, rendendo le salite ripide una tortura d’altri tempi.
  • I Cappellini e i Veli: Per proteggere la carnagione pallida (segno di nobiltà), le signore indossavano cappelli di paglia o feltro, spesso abbinati a veli per evitare le bruciature del sole d’alta quota.

Le calzature e gli accessori: trionfo di cuoio e ferro

Se i tessuti erano ereditati dalla vita cittadina o di campagna, le calzature e gli attrezzi stavano iniziando a specializzarsi proprio intorno alla metà del secolo.

  • Gli Scarponi chiodati: Non esistevano le suole in gomma (che arriveranno solo nel XX secolo con Vibram). Gli scarponi erano interamente in cuoio rigido e pesante. Per avere aderenza sull’erba bagnata, sulla terra e sul ghiaccio, la suola veniva chiodata a mano con chiodi di ferro dalle forme diverse (chiamati ali di mosca o tricouni).
  • Il Bastone da Montagna: Prima della diffusione della piccozza moderna, l’accessorio fondamentale era l’Alpenstock: un lungo bastone di legno resistente (spesso frassino), lungo anche un metro e mezzo o due, dotato di una punta di ferro in fondo. Serviva per sondare il terreno, darsi la spinta e mantenere l’equilibrio.

Quindi, camminare a metà dell’Ottocento significava accettare di essere costantemente umidi, infreddoliti o accaldati, con calzature rigide e abiti ingombranti. Questo non fa che aumentare l’ammirazione per quegli uomini e quelle donne che, morsi dalla curiosità e dall’amore per l’avventura, hanno esplorato i crinali dei nostri territori con nient’altro che la loro determinazione e qualche strato di pesante lana nostrana.

Il primo rifugio, ovvero il primo ricovero

Non dobbiamo immaginare il rifugio accogliente di oggi, bensì una capanna-ricovero di emergenza, estremamente spartana e geometrica. I dettagli costruttivi dell’epoca la descrivono così:

  • I materiali: Era un fabbricato basso e allungato. Per edificarlo furono utilizzate le pietre arenarie reperite direttamente sul posto, che vennero murate a calce per resistere alla spinta dei venti.
  • Il tetto: Sempre per resistere alle intemperie, venne realizzato con pesanti lastre di pietra (le tipiche “piagne” appenniniche).
  • L’interno: La struttura era divisa sostanzialmente in due spazi. La sezione principale era una grande stanza adibita a ricovero per i viandanti, capace di ospitare circa 10 persone alla volta. Adiacente ad essa c’era uno stanzino più piccolo utilizzato per stoccare le scorte di legna e carbone necessarie per accendere il camino e riscaldarsi in caso di maltempo.
  • La vista: L’edificio presentava tre piccole finestre che si affacciavano direttamente sulle acque del lago.

La gestione comune tra bolognesi e fiorentini simboleggiava idealmente il superamento dei vecchi confini granducali e pontifici in nome della comune passione per la montagna.

La grande festa: l’inaugurazione del 1878

Il resoconto ufficiale di quella storica giornata del 30 giugno 1878 fu talmente memorabile da guadagnarsi un lunghissimo articolo d’onore nei numeri del bollettino ufficiale del CAI dell’epoca. Centinaia di appassionati salirono dai due versanti della montagna per festeggiare il primo avamposto ad alta quota e il racconto si trova anche  pubblicato in due puntate sul giornale “La Vedetta-Gazzetta del Popolo” di Firenze, in data 3 e 4 luglio e firmato da un cronista con lo pseudonimo di Fra Fazio.

Il racconto è, ovviamente, entusiastico: “ L’alpinista troverà su quell’alta vetta un tetto che lo proteggerà dall’ impeto dei venti, dalle bufere della neve, dal diluvio dell’acqua, dal rigore del freddo; troverà modo di accendere un buon fuoco per far ritornare vigore alle membra intorpidite, e di riposarsi dalla stanchezza di una gita faticosa”.

Bisogna considerare cosa aveva voluto dire partecipare all’ inaugurazione: la sezione fiorentina del CAI era partita il giorno prima, 29 giugno, ed era scesa alla stazione di Pracchia. Da Pracchia, in carrozza, erano giunti a San Marcello Pistoiese presso l’Albergo della Posta. Arrivati a San Marcello, vengono accolti dalla banda musicale e subito il sindaco imbastisce un discorso celebrando il primo rifugio sorto in Toscana. Sì, perchè era convinzione (all’ epoca e di tutti) che il Lago Scaffaiolo fosse toscano, in territorio pistoiese; la folla si raduna sulla piazza principale e, ascoltato il sindaco, si gode lo spettacolo dei fuochi artificiali. Ritirati gli ospiti nelle loro camere, gli stessi saranno svegliati la mattina dopo alle 2 grazie alle trombe della banda che, sotto le finestre dell’ Albergo della Posta suonano la sveglia. Dopo prima delle 3, la comitiva quindi lascia San Marcello Pistoiese ed inizia la lunga e faticosa ascensione, fino a vedere lo spettacolo, così scrive Fra Fazio, “ della linea imponente delle montagne che chiudono le antiche provincie toscane”. 

                                                                     Il rifugio al Lago Scaffaiolo come appare oggi (Foto Fabrizio Borgognoni)

La lunga camminata inizia a farsi sentire: il passo diventa meno veloce, il sudore inizia a scendere, le fiaschette che contengono caffè, vino, acqua, cognac vengono svuotate. L’ascensione è condotta da una Guida– nel 1878 era impensabile non avere una Guida a capo del gruppo- e ad essa si rivolgono i meno esperti : ”C’è ancora molto per arrivare al Lago?”.

E poi, finalmente, si arriva al Lago, affollato di alpinisti e di abitanti  dei paesi vicini vestiti con i loro abiti ricercati, e troviamo anche qualche dama intrepida che da Cutigliano è arrivata fino quassù. Ci sono tre bande musicali: la banda di Cutigliano, quella di Fanano, ed una fanfara costituita apposta per l’occasione che arriva da San Marcello Pistoiese.

Troviamo anche somari sellati che hanno portato in cima gli alpinisti più comodi e di poca gamba, autorità che a vario titolo riempiono la giornata con discorsi solenni in attesa di rifocillarsi nella  trattoria economica allestita nel rifugio. Terminati i discorsi e a pancia piena, si scende verso valle, questa volta in direzione di Cutigliano: così Fra Fazio racconta la strada “si chiama strada tanto per fare, giacchè non è altro che un viottolo tortuoso, ripido, ingrombo di massi, che segue talvolta il corso dei torrenti, è oltremodo pittoresca; ci sono delle situazioni, dei panorami di montagna e di vallate che non hanno riscontro altro che nella Svizzera, il paese pittoresco per eccellenza”.

Il rapido declino

Ma il rifugio non avrà fortuna: l’assenza di un custode, lascia il bivacco alla mercè di chiunque. La porta, benchè chiusa a chiave, è facilmente apribile con una spallata: vandali e sciacalli  spoglieranno completamente il rifugio di arredi, serramenti e legna.

Anche i freddi inverni fecero la loro parte: il Lago Scaffaiolo si trova a quasi 1.800 metri di quota, in un punto d’Appennino dove si scontrano le correnti umide del Tirreno e quelle fredde della Pianura Padana. Senza manutenzione costante, le infiltrazioni d’acqua, il gelo e il peso della neve distrussero la copertura.

Nel 1881, a soli tre anni dall’ inaugurazione, il rifugio è già in rovina: per salvare il salvabile, quel che restava venne parzialmente coperto per ricavarne un rudimentale locale di servizio, finché il CAI non decise che l’esperimento andava ripetuto, ma con criteri del tutto nuovi….

 -Fine prima parte-

Si cammina coi muscoli, si corre coi polmoni e si arriva col cervello

  

#PiediStanchieCuoreFelice

Testo e foto Fabrizio Borgognoni- Credit Photo Archivio La Musola (foto 1 e 3).

 © Copyright  Maggio 2022 – Fabrizio Borgognoni

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Il primo rifugio al Lago Scaffaiolo (1878-1881) Leggi tutto »