Il terrore dei francesi: la batteria dello Chaberton

Sono un amante dei paesi abbandonati e mi piacciono molto le architetture industriali dismesse, insomma tutti quei posti che hanno una storia da raccontare. Amo meno le costruzioni militari, non sono un appassionato di battaglie e di strategie militari, forse perché non credo di essere in grado di capirle (non ho la sindrome di Napoleone, per intenderci). Però, c’è un però. Nonostante non trovi affascinante il mondo militare, sono rimasto incantato quando ho visitato la batteria dello Chaberton, il “forte delle nuvole” dove il tempo sembra essersi fermato. Ogni valle delle Alpi ha le sue montagne simbolo, per l’alta valle della Dora Riparia la montagna simbolo è certamente lo Chaberton che vigila da millenni sul Colle del Monginevro. Una montagna famosa, almeno per gli escursionisti, dal suo imponente massiccio roccioso che raggiunge i tremila metri, ma anche per l’esistenza del forte più alto d’ Europa ( ai primi del ‘900 si diceva che fosse il forte più alto del mondo).

Ho fatto la conoscenza dello Chaberton qualche anno fa, desideroso più che altro di salire sui suoi tremila, ma poi complice la mia curiosità mi sono interessato anche alla sua storia, che è poi la storia di uomini, di giornate, di vita quotidiana passata lassù, in un ambiente non certo accogliente, esposta al vento, al freddo,  ed in inverno alle copiose nevicate.

Salgo allo Chaberton dal Monginevro, un percorso che si snoda lungo la vecchia strada militare, la stessa percorsa da uomini e muli per costruire una fortificazione su una montagna che sembra non alta, ma altissima se vista dal basso. Voglio salire ai tremila, ma subito la curiosità tipica della Guida fa capolino nella mia testa: ma perché costruire un forte così in alto, quando tutte le valli e i versanti intorno erano già ampiamente fortificati con batterie, caserme, forti?

Probabilmente tutto nasce dalla storia del Colle del Monginevro, uno dei valichi certamente più frequentati dell’antichità. Si trova al termine della valle che dal bacino del Rodano permette di salire alla cresta principale delle Alpi. E’ un colle di modesta altitudine (1849 metri) e questo fa sì che sia accessibile in tutte le stagioni perché  protetto dai venti del nord. In epoca romana faceva parte della celebre Via Cottia per Alpem (la strada delle Gallie) che partendo da Torino (Augusta Taurinorum) arrivava a Briancon (Brigantium) e poi alla valle del Rodano. Passavano quindi merci, persone, eserciti. Se nel Medioevo il Monginevro era un diventato un valico militare (l’asse principale dei commerci si era spostato sul Colle del Moncenisio, favorito dalla politica dei Savoia), con Napoleone venne costruita una strada carrozzabile per agevolare il passaggio delle truppe. Sarà con il ritorno dei Savoia che lo Chaberton diviene interessante per gli strateghi del Regno di Sardegna: l’idea che inizia a farsi strada è posizionare sulla cima (3130 metri) una postazione di cannoni che potesse tenere sotto controllo la conca di Briancon. L’idea era quella di una fortezza imprendibile, in grado di agire sulle altre fortificazioni, vulnerabili perché a quote più basse. Una fortezza la cui singolare ubicazione, isolata, difficilmente raggiungibile, con possibilità di orientare il tiro delle artiglierie, poteva intervenire in caso di un’avanzata di truppe francesi in territorio italiano.

I lavori della batteria iniziano nel 1898 e terminano nel 1913: era una costruzione a forma di parallelepipedo, con due corridoi che la percorrevano in senso longitudinale e su cui si affacciavano i vari locali (camerate, magazzini, infermeria, comando, cucine). A sud del corridoio c’erano gli alloggi degli ufficiali. Un secondo corridoio portava ai locali destinati a riservetta (in genere si trovavano armi, polvere da sparo, materiale sensibile), e grazie alle scale metalliche si poteva salire alle casematte. Sul tetto si trovavano otto torri cilindriche in muratura, a distanza di sei metri l’una dall’altra, alte circa sette metri. Sulle torrette trovava posto anche l’artiglieria, in grado di ruotare a 360 gradi anche in presenza di neve: sullo Chaberton a tremila metri, il problema più urgente da risolvere era la neve e il ghiaccio!

I progettisti avevano una certezza pressochè assoluta: lo Chaberton era invulnerabile perché non poteva essere abbattuto da nessun pezzo d’artiglieria, almeno per le conoscenza balistiche del primo Novecento. La storia ci racconterà che solo pochi decenni dopo, furono i proiettili di un mortaio francese a sancire la fine dell’ invulnerabilità del “forte tra le nuvole”.

Dal 1930 la Batteria dello Chaberton fu costantemente presidiata da un distaccamento stabile di artiglieri da fortezza e d’inverno c’era di stanza un plotone di trenta alpini al comando di un tenente. E’ luglio e mentre salgo verso la cima inizio a sentire l’aria fresca, tanto che devo infilare una felpa; questo gesto fa scattare una domanda: ma come vivevano i soldati di stanza qui, a 3000 metri?

Il forte restò in servizio per oltre trenta anni e sicuramente molti soldati si sono avvicendati al presidio, lasciando tracce della loro permanenza. La prima cosa che mi viene in mente è che, essendo una batteria sempre presidiata- anche d’ inverno- sicuramente all’ interno hanno trovato posto ingenti scorte di legna da ardere, carburante, cibo a lunga conservazione, ma anche oggetti di svago. Di tutte queste scorte, ma anche degli oggetti personali dei soldati che possono raccontare la vita quotidiana, la gran parte fu depredata dopo l’ 8 settembre 1943. Dopo l’armistizio viene dato l’ ordine di abbandonare frettolosamente il forte, scendere a valle portando con sé solo lo stretto necessario. I magazzini, colmi di scorte per far fronte all’ inverno che si avvicinava, furono lasciati abbandonati a sé stessi. Gli abitanti del posto, sfiancati da tre anni di guerra, salirono in vetta per trafugare qualsiasi cosa potesse tornare utile: viveri, coperte, indumenti, furono razziati dalla popolazione. Tutto ciò che non fu portato a valle, fu abbandonato e coperto da uno strato spesso di ghiaccio che si accumulava, anno dopo anno, nei corridoi, nelle gallerie. Poi, complici le estati sempre più calde, questi reperti sono tornati alla luce: alcuni oggetti ormai resi irriconoscibili dall’ umidità e dal tempo, altri vandalizzati facendo così perdere una testimonianza importante. Sono stati rinvenuti molti oggetti: vettovagliamento, oggetti personali (addirittura un diario), oggetti di svago e sanitari. Un turbine di pettini, maglie di lana, spazzole, rasoi, occhiali, carte da gioco, una giacca. O una bottiglietta quasi vuota con incisa la scritta Cesare Micconi: conteneva probabilmente trielina, utilissima per tener pulita l’uniforme da macchie di olio, inchiostro o altro. Ma si sono trovate anche altre bottigliette: tra le più singolari e curiose, ci sono quelle di prodotti per capelli. La prima è la “La Vera Floredine”, una tintura (come recitava la pubblicità) per capigliature eleganti; la seconda è la brillantina Tricofilina, usata per non far cadere i capelli. Forse questi prodotti, più che dai soldati, venivano usati dagli ufficiali. Come erano usati rasoi- in bachelite-, crema saponaria, pennello: la barba veniva fatta tutte le mattine usando un vascone esterno alla batteria. La rasatura era richiesta da regolamento: necessaria in quanto la presenza di peli sul viso non avrebbe fatto aderire perfettamente la maschera antigas in caso di bisogno.

L’ oggetto che mi ha incuriosito di più è un piccolo diario, scritto a matita dal soldato Lino: la vita quotidiana di un giovane artigliere assegnato alla batteria dello Chaberton nel 1942. Sveglia alle 6.30, armati alle 7.30, alle 11 istruzione fino all’ ora del rancio. Giorni sempre uguali, a meno che non si abbia una licenza, come ad esempio il 6 aprile 1942, quando scende a Torino in licenza e va a vedere la partita Italia-Ungheria (finita 3 a 0)  allo stadio Benito Mussolini (oggi Stadio Olimpico Grande Torino).

E poi oggetti che ormai non si usano più, come le fasce mollettiere: ampiamente usate da tutti i reparti di fanteria del Regio Esercito, servivano per proteggere i polpacci dei combattenti dalle intemperie. Nel primo Dopoguerra furono progressivamente sostituite- e si usano ancora oggi- dalle più pratiche ghette.

Ogni soldato aveva con sé una piccola scatola medica; allo Chaberton era però in funzione una sala medica di primo soccorso attrezzata di medicali per porre rimedio ai disturbi legati all’ ambiente: posso immaginare i reumatismi causati dall’ umidità, ma immagino fossero presenti nella sala medica anche creme antigelo, creme dermoprotettive contro le scottature solari, medicinali per il raffreddore. Nel tempo le etichette di queste bottigliette sono svanite, ma attraverso la forma o il nome della farmacia si riesce a risalire al loro uso e chissà potessero parlare!

Tutti gli oggetti che sono riemersi dallo Chaberton raccontano uno spaccato di vita di ragazzi giovani, con giornate sicuramente tutte uguali: interessanti sono gli oggetti ritrovati allo spaccio, numerose bottiglie, fiaschi. E tra i prodotti in vendita allo spaccio c’erano anche le immancabili sigarette, compagne dei soldati. In Italia, all’ epoca, quelle di maggior consumo- grazie anche al prezzo economico- erano le “Popolati” e le “Nazionali”, che costavano circa 2 lire. Il Regio Esercito introdusse tra i militari le “Milit”, composte principalmente di tabacco nero non trattato, che emanavano un fumo denso e spesso ma erano molto economiche: un pacchetto da 10 sigarette costava infatti solo 50 centesimi.

E poi sacchetti per la balistite per la carica da lancio, maschere e filtri antigas, i distanziali per tenere separate le granate dei cannoni, tutto seppellito per anni dalla neve e dal ghiaccio, oggetti che non furono considerati quando, terminata la guerra, i valligiani salirono allo Chaberton e presero tutto ciò che poteva servire. Erano oggetti ormai inservibili, ma con una grande storia da raccontare.

 

#PiediStanchieCuoreFelice

Testo e foto Fabrizio Borgognoni

Luglio 2025

 

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